18 Settembre 2018

Russia: dalla geopolitica del metano a quella nucleare

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Lo tsunami che nel marzo 2011 ha travolto la centrale nucleare di Fukushima ha segnato in Occidente un punto di svolta nella storia del nucleare civile. Ne ha acuito la crisi latente, affossando ogni speranza che si potesse osservare una ‘rinascita’, come profetizzato dall’Agenzia di Parigi; ha portato alla bancarotta o al ridimensionamento di colossi industriali come l’americana Westinghouse o la francese Areva (ora Orano), salvata dal fallimento da Electricitè de France (EdF). Ha segnato lo spostamento del baricentro di questa industria verso Oriente.

Nel complesso, in un decennio il peso del nucleare è andato gradualmente affievolendosi scivolando al 10% della generazione elettrica e al 4% dei consumi di energia espressi in fonti primarie: la metà dell’idroelettrico. Alla (per ora) irreversibile crisi nei paesi di più antica tradizione fanno da contraltare situazione e prospettive opposte in Russia e nei paesi asiatici. Delle 59 centrali (dichiarate) in costruzione a inizio 2018, 40 sono localizzate nei paesi asiatici (19 nella sola Cina), 7 in Russia, solo 4 nei paesi occidentali.

Dar per scontato un’ulteriore regressione del nucleare è quindi riduttivo, se non errato. Può esserlo per l’Europa o per il Nord America, ma non a livello mondiale. Per due sostanziali ragioni. Primo, perché il ciclo degli investimenti nelle altre aree è di tutt’altro segno, con effetti che si osserveranno in futuro. Secondo, perché il nucleare è parte della soluzione ai cambiamenti climatici, cui senza nucleare non v’è soluzione.

Un punto del futuro del nucleare, preme qui sottolineare, del tutto sottovalutato. Ed è il ruolo dominante – quasi monopolistico – che su scala mondiale la Russia sta assumendo in tutta la supply chain dell’industria nucleare. Il suo braccio operativo, il colosso Rosatom, ha in costruzione 41 centrali (EdF appena 2): 6 in casa e 35 all’estero, in linea con le raccomandazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA); dichiara un portafoglio ordini di 133 miliardi dollari; controlla il 67% del mercato internazionale delle nuove costruzioni; ha contratti con oltre una decina di paesi, tra cui: Cina, Turchia, Ucraina, India, Taiwan, Bielorussia, Finlandia, Ungheria, Bangladesh, Egitto.

Perché è importante elencarli? Perché un contratto per la costruzione di un reattore nucleare non è un mero fatto commerciale, ma si traduce inevitabilmente in un’alleanza di lunghissimo periodo tra i paesi coinvolti. Un contratto di tal tipo non si risolve infatti nella sua realizzazione, comportando generalmente, nel caso di Rosatom, il finanziamento del progetto; la fornitura dell’uranio (Rosatom ne controlla 1/3 a livello mondiale); la formazione dei tecnici; i servizi di manutenzione, e via andare.

Usi a sottolineare rigidità e rischi connessi ai contratti di importazione del gas metano, si sottovaluta come il nucleare comporti molto più delicate liason dangereuse della durata di decenni, con reciproci effetti di lock-in (impossibilità a recedere dal contratto). Quel che rafforza il rischio che una delle parti, in questo caso la Russia, le utilizzi, più di quanto accada nel metano, come strumento di pressione politica. Soprattutto verso i paesi emergenti, come il Bangladesh, ove una nuova centrale nucleare può rappresentare una quota molto elevata dell’intera generazione elettricità.

Sta di fatto che mentre Donald Trump sbraita, contro l’Iran o contro l’Europa, senza nulla ottenere, la Russia sta acquisendo una leadership mondiale nel nucleare. Quel che le consente di consolidare la sfera di influenza politica che negli anni è andata acquisendo sullo scacchiere energetico mondiale.

In un documento strategico del Cremlino del 2003 si affermava che “petrolio e metano sono i principali strumenti della politica interna e internazionale della Russia e che dal ruolo che essa saprà guadagnare sui mercati energetici mondiali dipenderà la sua influenza geopolitica”.

A queste fonti si è andato aggiungendo il nucleare che, ribadiamo, è errato ritenere irreversibilmente declinante nei futuri assetti energetici. Perché sarà pur vero che la potenza elettrica alimentata dalle rivali nuove rinnovabili è cresciuta esponenzialmente raggiungendo circa i 1.000 GW, pari a circa 2,5 volte quella nucleare, ma è altrettanto vero che la produzione elettrica da questa fonte (2626 TWh) resta del 70% superiore a quella ottenuta da solare ed eolico insieme (1565 TWh).

E per chi ha fame di energia è questo che conta.

 

Per il documento citato dell’Agenzia di Parigi vedere:

Per il citato documento del Cremlino del 2003 vedere: