8 Febbraio 2019

Prezzi dell’energia: la palla al piede dell’economia europea (specie italiana)

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All’inizio dell’anno la Commissione Europea ha trasmesso al Consiglio e al Parlamento Europeo una Relazione sui “Prezzi e costi dell’energia in Europa”. Ne esce un quadro con (molte) ombre e (poche) luci, utile nel momento in cui si è avviato il processo di attuazione del nuovo Piano Energia-Clima proiettato al 2040.

L’economia europea è fortemente esposta alla variabile energetica, un costo raddoppiato dal 2000 al 2017 a 266 miliardi euro solo lievemente alleggerito dalle rinnovabili

Il primo dato che emerge dalla Relazione (aggiornata al 2017, link in fondo al testo) è la forte esposizione dell’economia europea alla variabile energetica, con un costo di approvvigionamento (quasi interamente Oil&Gas) raddoppiato dal 2000 al 2017 a 266 miliardi euro (pagato in dollari) anche se inferiore al massimo di 400 miliardi del 2013, quando il petrolio era ai suoi massimi. Le risorse rinnovabili hanno alleggerito questo costo ma in misura comunque parziale (anche per l’incidenza che hanno sull’import).

L’aumento dei prezzi del greggio dello scorso anno ha ridotto il PIL europeo dello 0,37%

L’esposizione dei paesi non si limita al costo delle importazioni ma deve anche considerare la forte instabilità dei mercati e le implicazioni geopolitiche mai così rilevanti come di questi tempi. Anche se il peso del petrolio nella formazione del reddito è diminuito, esso continua comunque a condizionare il quadro macroeconomico. Un aumento dei prezzi crea problemi per le banche centrali e per la BCE perché indebolisce la crescita e sospinge l’inflazione.

Molto dipende dalle cause: se originato dalla crescita della domanda o da restrizioni dell’offerta. L’aumento dei prezzi del greggio osservato lo scorso anno – dai 54 doll/bbl del 2017 ai 70 doll/bbl del 2018 – ha ridotto il PIL europeo dello 0,37%.

La voracità del fisco europeo (280 mld €) e le sovvenzioni a rinnovabili (76 mld €) e fossili (55 mld €) ci penalizzano rispetto ai paesi concorrenti

Altro dato negativo che emerge dalle Relazione è il forte scarto dei prezzi finali dell’energia rispetto a quelli dei concorrenti – Stati Uniti, Canada, Giappone, Sud Corea, Turchia, Cina – dovuto solo in parte ai prezzi all’origine della materia prima, ma molto alla voracità del fisco europeo. Nel 2016 (ultimo dato disponibile) la fiscalità globale sui prodotti energetici è ammontata in Europa a 280 miliardi euro (4,7% del gettito fiscale complessivo).

A questa voce si affiancano le sovvenzioni a favore dell’energia, ammontate lo stesso anno a 169 miliardi euro, trainate dai sussidi alle rinnovabili per 76 miliardi euro (incentivi alle imprese) e appesantite per 55 miliardi alle fonti fossili (riduzioni fiscali).

A patirne è la competitività dell’industria europea specie nei segmenti ad alta intensità d’uso dell’energia. “La quota dei costi energetici di produzione nell’UE” si legge nella Relazione “è solitamente superiore a quella registrata in Asia (Giappone, Corea del Sud) e simile a quella degli USA (ad eccezione dell’alluminio o dell’acciaio, settori nei quali la quota dei costi energetici negli USA è inferiore)”.

Alla disparità dei costi si associa il fatto che nonostante i miglioramenti dell’intensità energetica registrati nell’industria europea, nostri competitor come Giappone e Sud Corea hanno registrato livelli di intensità inferiori ai nostri.

L’Italia è il paese del G20 che paga di più per l’elettricità nel comparto industriale

E l’Italia? Nelle classifiche il nostro paese si piazza sempre nei primi posti nei livelli dei prezzi finali dell’elettricità e del metano. Addirittura primo tra i paesi del G20 in quelli dell’elettricità all’industria. Amaro primato e segno del fallimento della politica energetica nel voler ridurre il ‘gap di costo’ dell’energia (leggasi SEN 2013).

Prezzi dell’energia elettrica per l’industria nell’UE e nei paesi G20 nel 2016
Fonte: Commissione Europea

I prezzi dell’energia impattano diversamente sui territori e sui segmenti della società e dell’industria. Nell’Europa settentrionale/occidentale le famiglie destinano mediamente il 4-8% della loro spesa all’acquisto dell’energia contro il 10-15% delle famiglie dell’Europa centrale/orientale. L’aumento dei prezzi ha dilatato il fenomeno della ‘povertà energetica’ a danno delle famiglie a basso reddito che destinano all’energia il 10% e più della loro spesa totale contro il 6% delle famiglie a reddito medio e ancor meno per quelle ad alto reddito. Quella che l’European Economic and Social Committee aveva denunciato nel 2013 come “nuova priorità sociale che deve essere combattuta a tutti i livelli nazionali ed europei” non ha trovato adeguate risposte.

Due i segnali positivi: la graduale riduzione del differenziale dei prezzi interni nei mercati nazionali e il crollo dei costi delle risorse rinnovabili

Tra i segnali positivi merita rilevarne due. Primo: la graduale riduzione del differenziale dei prezzi interni nei mercati nazionali – di oltre il dieci per cento nell’ultimo decennio – segno di una loro maggiore efficienza grazie al loro crescente accoppiamento e alle accresciute (pur se ancora insufficienti) interconnessioni. Secondo: il crollo dei costi, sia d’investimento che operativi, delle risorse rinnovabili che ha consentito loro di conseguire buoni livelli di redditività e in futuro – ha ribadito più volte la Commissione – di ‘camminare sulle proprie gambe’ senza la necessità di alcun sussidio diretto o indiretto.

Da qui l’auspicabile disponibilità delle imprese ad effettuare i grandi investimenti necessari a conseguire l’ambizioso obiettivo di crescita delle rinnovabili – al 32% dei consumi finali – fissato dall’Unione Eruopea per il 2030.  


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