17 Aprile 2019

Caos Libia e Algeria: l’Italia è pronta all’emergenza?

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Nei prossimi mesi il riscaldamento o l’acqua calda di una famiglia italiana su cinque e la luce elettrica di una su otto dipenderanno molto da come evolveranno le cose in Libia e in Algeria. Siamo pronti ad affrontare un’eventuale emergenza?

In Libia, a causa della guerra civile scoppiata intorno a Tripoli dopo l’avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar (la terza crisi in meno di un decennio). In Algeria per l’esplodere delle proteste popolari contro il malandato presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto a ritirare la sua candidatura alle elezioni rimandate a fine anno, mantenendo però intatto il suo potere sino ad allora, così che le tensioni potrebbero proseguire nei prossimi mesi.

Se le due crisi dovessero precipitare si aprirebbe un buco nelle nostre disponibilità di metano pari a circa un terzo dei nostri consumi

Se le due crisi dovessero precipitare – quel che in teoria non si può escludere – si aprirebbe un buco nelle nostre disponibilità di metano. Verrebbero infatti a mancare, stando ai dati del 2018, 17 miliardi di metri cubi che dall’Algeria arrivano a Mazara del Vallo attraverso il gasdotto Transmed e 4,5 miliardi metri cubi che dalla Libia approdano a Gela attraverso il gasdotto Greenstream (entrambi di Eni). In totale 21,5 miliardi metri cubi: pari al 32% dei 67,9 miliardi complessivamente importati e al 29% dell’insieme dei consumi interni.

Contando che il 71% del riscaldamento delle famiglie proviene dal gas metano ne deriva che una su cinque (71% x 29% = 20%) potrebbe rischiarne una carenza. Simile il conto per l’elettricità alla cui richiesta totale il metano ha contribuito per il 43% (43% x 29%=12%) mettendo a rischio le forniture di una famiglia su otto. Si tenga poi conto che le centrali a metano svolgono un’essenziale funzione di supplenza all’intermittenza delle rinnovabili. Senza metano niente rinnovabili.

I rischi sono teorici in funzione della durata della crisi, ma non privi di fondamento

I rischi sono certamente teorici, funzione anche dell’ipotetica durata della crisi, ma non privi di fondamento. Di essi sarebbe opportuno aver contezza, anche se il nostro sistema metanifero dispone di una forte capacità di resilienza – in larga parte per quel che si è fatto in passato – potendo attingere agli stoccaggi, alle scorte strategiche, alle importazioni da altri fornitori.

Quel che accadde il pomeriggio del 22 febbraio 2011 quando nel giro di poche ore si azzerò il flusso di esportazioni dalla Libia (9,5 miliardi metri cubi, oltre due volte l’import attuale). Ammanco che riuscimmo a rimpiazzare in tempo reale con importazioni su altri gasdotti da altri fornitori in forza dei contratti in essere.

Il fatto che si sia stati in grado di fronteggiare una situazione altamente critica non esime dal trarne un qualche insegnamento, pur nel dubbio che se ne vorrà tener conto.

Primo: la diversificazione premia. Il fatto di disporre, in misura superiore ad ogni altro paese europeo, di molteplici linee di approvvigionamento – provenienti da Russia, Algeria, Libia, Olanda, Norvegia, Qatar – a cui si sono aggiunti acquisti dal mercato spot per le forniture di gas liquefatto (oggi in grande abbondanza a prezzi molto convenienti), rafforza la sicurezza, riduce rischi, accresce la flessibilità che rappresenta un must per sistemi complessi come quello metanifero o elettrico.

Secondo: il disporre di un’impresa come Eni è un plus strategico per il nostro Paese Più di ogni altra impresa europea Eni ha, infatti, concluso nel tempo, grazie alla sua reputazione e lungimiranza la quasi totalità delle linee di fornitura, contrattuali e di trasporto, che l’Italia può vantare, divenendo leader del mercato europeo. Non disporne avrebbe esposto il Paese a rischi ben maggiori.

Terzo: i gasdotti e i rigassificatori contano, così come contano le capacità di stoccaggio.

Quarto: la produzione nazionale è essenziale. La nostra vulnerabilità, la vulnerabilità delle famiglie o delle imprese italiane, sarebbe di molto inferiore se – come avviene in ogni parte del mondo – si sfruttassero le risorse minerarie di cui disponiamo (le maggiori nell’Europa continentale) in grado – sulla base delle riserve accertate – di raddoppiare in breve tempo il livello di produzione (dimezzatosi nel recente passato) e di accrescerlo ancor più se fosse consentito di riprendere le ricerche azzeratasi da molto tempo.

Chi, testardamente e irresponsabilmente, si è opposto e si oppone alla costruzione o potenziamento dei gasdotti, alla realizzazioni di nuove capacità di stoccaggio, all’estrazione di metano o di petrolio (di quest’ultimo non abbiamo trattato essendo le rigidità su questo mercato molto minori ma non inesistenti) abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di ribadire in questi giorni le loro ragioni: che nuovi gasdotti non servono (leggasi TAP o EastMed); che gli stoccaggi sono rischiosi, potendo causare terremoti; che all’estrazione del metano nazionale debba preferirsi quello estero o l’installazione di pannelli solari.

No, preferiscono tacere sperando le cose si risolvano. Un silenzio pari solo alla loro irresponsabilità.


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