5 Dicembre 2019

Parigi-Madrid in retromarcia: da COP21 a COP25

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Due fatti segneranno in modo cruciale il futuro climatico del mondo a prescindere da quel che accadrà a Madrid durante COP 25: l’uscita formale degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e la costruzione monstre di centrali a carbone in Cina. Di fatto, i primi due emettitori di gas serra non stanno dando seguito agli impegni presi nel 2015.

Due recenti fatti – uno palese l’altro molto meno – segneranno in modo cruciale il futuro climatico del mondo: allontanando il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, a prescindere da quel che accadrà a Madrid durante COP 25. Il fatto palese è l’uscita formale degli Stati Uniti dall’Accordo; l’altro è la costruzione monstre di centrali a carbone in Cina.

Morale: i primi due emettitori di gas serra (insieme vi contribuiscono per il 43%, rispettivamente 15% e 28%) nei fatti non stanno dando seguito agli impegni presi nel 2015.

Gli Stati Uniti sono causa del 15% delle emissioni gobali di CO2, la Cina del 28%

Capitolo Stati Uniti: lunedì 4 novembre 2019 l’amministrazione statunitense ha formalmente notificato alle Nazioni Unite la decisione di uscire dall’Accordo di Parigi. Il presidente Donald Trump lo aveva annunciato il 1° giugno 2017 – perché a suo dire “the Paris accord will undermine (the U.S.) economy and puts (the U.S.) at a permanent disadvantage” – pochi giorni dopo averlo anticipato al G7 di Taormina scontrandosi con gli altri partecipanti al punto che i media ribattezzarono quel Summit “G6+1” a testimonianza dell’isolamento della Casa Bianca.

A dire il vero quell’annuncio fu accompagnato da una velata richiesta americana di ridiscutere alcune clausole dell’Accordo cui gli altri paesi, specie quelli europei, opposero un netto quanto opinabile rifiuto.

Gli Stati Uniti stanno riducendo le emissioni molto più di paesi che cercano di darsi un’immagine di virtuosità climatica come Germania, Belgio, Olanda, Norvegia

In base all’articolo 28 dell’Accordo di Parigi, un paese che vi abbia aderito può notificarne il ritiro dopo tre anni dall’avvio della sua adesione. Avvenuta nel caso degli Stati Uniti il 4 novembre 2016: quindi il 4 novembre 2019. Da questa data parte il processo di uscita che si ultimerà esattamente un anno dopo: il 4 novembre 2020, il giorno dopo le prossime elezioni americane.

Sul piano fattuale se è pur vero che vengono meno gli impegni formali che gli Stati Uniti si erano dati nel Piano Nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra, è altrettanto vero che prevedibilmente proseguirà la riduzione delle sue emissioni di anidride carbonica osservata in passato: dell’1,7% m.a. tra 2007 e 2017 grazie alla sostituzione del gas al carbone nelle centrali elettriche. Negli Stati Uniti quest’anno hanno chiuso due centrali a carbone: la più grande e la più inquinante.

148 i GWe a carbone installati in Cina nel 2019: pari all’intera potenza delle centrali a carbone in Europa e superiore all’aumento cumulata registrato nel 2018 da eolico e solare a livello mondiale

 La riduzione delle emissioni negli Stati Uniti appare sorprendente alla luce dell’errata percezione che se ne ha, essendo di poco inferiore a quella media europea dell’1,9% m.a., ma di molto superiore a quella di paesi che cercano di darsi un’immagine di virtuosità climatica come Germania, Belgio, Olanda, Norvegia.

Capitolo Cina: nel 2019 è ripresa alla grande la costruzione di centrali a carbone in Cina stimate dal Financial Times in ben 148.000 MWe. Un dato assolutamente impressionante pari all’intera potenza delle centrali a carbone in Europa, ma ancor più eclatante, superiore all’aumento registrato nel 2018 su scala mondiale dell’intera potenza cumulata di eolico e solare, pari a 143.000 MWe.

36 miliardi di dollari il sostegno finanziario della Cina al carbone nel 2018

Disattendendo gli impegni assunti, Pechino ha rafforzato la via del carbone, che contribuisce per il 66% della sua complessiva generazione elettrica, contro nemmeno il 9% di solare ed eolico. Superiore quindi di 7 volte. Non solo, la Cina sostiene il carbone sia al suo interno che in tutto il mondo, con un sostegno finanziario lo scorso anno di 36 miliardi di dollari per la costruzione di 399 GWe centrali. Tutto il Sud-Est asiatico (Tailandia, Vietnam, Cambogia, Singapore etc.) sta conoscendo una forte crescita degli impieghi di carbone nella generazione elettrica.

Con America e Cina che stanno disattendendo gli impegni assunti nel 2015, che ne sarà dell’Accordo di Parigi? Temo molto poco. Quel che è pienamente attestato dal rapporto appena uscito delle Nazioni Unite che afferma che “even if all unconditional Nationally Determined Contributions (NDCs) under the Paris Agreement are implemented, we are still on course for a 3.2°C temperature rise”. Due volte quel che sarebbe necessario conseguire.

Stando agli impegni assunti dai paesi dopo l’Accordo di Parigi del 2015 le temperature salirebbero di 3,2 °C anziché “ben al di sotto” i 2 °C

Ma, si potrebbe ribattere, l’Europa rispetta i suoi impegni, alzando anzi l’asticella dei suoi obiettivi di decarbonizzazione. Nell’esporre il 27 novembre davanti al Parlamento europeo il programma 2019-2024 della nuova Commissione, il suo presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato “Siamo sulla buona strada per conseguire gli ambiziosi obiettivi dell’accordo di Parigi e i traguardi stabiliti per il 2030, ma se vogliamo veramente raggiungere la neutralità climatica nel 2050 dobbiamo fare di più e più in fretta” (Link in fondo al testo).

Un obiettivo estremamente ambizioso e costoso che non può tuttavia isolarsi da due fatti: (a) che quel che conta per arrestare il surriscaldamento è la riduzione delle emissioni globali e non locali; (b) che l’Europa pesa poco e sempre meno nelle emissioni globali: con una quota dimezzatasi negli ultimi venti anni dal 20% al 10% e prevista ridursi a metà secolo sotto il 5%.

La quota delle emissioni europee nel 2050 sarà di appena il 5% del totale

Morale: quel che l’Europa riuscirà a fare nel suo solitario cammino verso la neutralità carbonica avrà un impatto molto modesto sulla salute del pianeta. Molto per niente. Meglio sarebbe stato destinare ai paesi poveri le ingenti risorse che si impiegheranno per divenire zero-carbon. Si otterrebbero risultati molto maggiori sia nel controllo del surriscaldamento che, non meno importante, nel contrasto alla povertà di miliardi di persone.    


Alberto Clô è direttore della rivista Energia

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Foto: MaxPixel

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