12 Ottobre 2020

Chi bluffa al gioco dell’energia?

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Cosa succederebbe se tutte le imprese petrolifere smettessero di investire in nuova produzione e riducessero quella attuale? Come reagirebbero a quel punto i governi dei paesi consumatori o la Commissione di Bruxelles di fronte al rischio di una scarsità di una fonte ancora essenziale? Far credere che il petrolio sia ormai fuori dal gioco dell’energia e che senza tutti ne guadagnerebbero è un bluff che può costare caro.

Di petrolio ormai si parla poco, non tanto perché il suo mercato, dopo lo tsunami del coronavirus, ha ritrovato un relativo equilibrio, quanto per il diffondersi del convincimento che il petrolio sia ormai fuori dal gioco dell’energia. Nonostante sia ancora la prima fonte utilizzata. Ma tant’è.

La lenta morte delle Big Oil è cominciata” ha titolato il Financial Times del 18 settembre, mentre di rimando il principe saudita Abdulaziz bin Salman ha sostenuto che chi si opporrà al petrolio “si farà molto male e strillerà per il dolore.

Una lenta fine o una rapida ripresa?

Chi all’interno del mondo del petrolio si era, per contro, convinto che il peggio fosse passato rispetto al fondo della buca in aprile (quando il surplus d’offerta raggiunse i 20 milioni barili al giorno), che la domanda stesse riprendendo più del previsto, che i prezzi avessero modo di irrobustirsi ulteriormente, ha dovuto ricredersi di fronte alla loro scivolata dai 45 dollari al barile (Brent) registrati lungo tutto il mese di agosto a livelli oscillanti da metà settembre intorno ai 40 dollari al barile (ed anche sotto). Meglio dei valori prossimi allo zero che si toccarono ma inferiori ai breakeven di larga parte delle produzioni correnti.

Un calo che ha riflesso, in buona sostanza, la debolezza e l’incertezza dei mercati fisici. Le ragioni?

In primo luogo, i timori di una seconda ondata del coronavirus che si rifletterebbe in un andamento a W della ripresa economica, la lentezza nell’erogazione dei fondi messi a disposizione dai governi, l’effettivo riacuirsi della pandemia.

In secondo luogo, la fragilità della domanda – col rischio del ritorno a misure di lockdown ed il mantenimento di un consistente livello di telelavoro – associata all’ampiezza delle scorte – che pur ridottesi si mantengono superiori ai livelli stagionali di un miliardo di barili – e della capacità produttiva inutilizzata.

Le prospettive della domanda sono più ottimistiche di quanto inizialmente previsto

Le ultime stime della domanda sono comunque più ottimistiche di quanto inizialmente previsto. Quel che porta a dire che non vi è stata quella sua destrutturazione che non pochi stimavano o forse speravano.

Secondo l’Agenzia di Parigi la domanda nel 2020 dovrebbe ammontare a 91,7 milioni di barili al giorno (-8,3 sul 2019 rispetto ai -9 inizialmente stimati), mentre l’EIA nell’ultimo Short-Term Energy Outlookè ancor più ottimista, con una domanda di 92,8 mil. bbl/g (-7,2 sul 2019). Le stime per il 2021 la fanno salire ad oltre 97 mil.bbl/g: 3% in meno del 2019.

In Cina, che più ha contribuito a drenare il surplus d’offerta, la domanda corre oltre i livelli del 2019 e nella media d’anno si manterrà sui medesimi livelli. Al netto della componente aerea – debole sui voli internazionali ma quasi interamente rimpiazzati da un aumento di quelli interni – sarebbe addirittura aumentata.

Dal lato dell’offerta, i volumi sono aumentati da agosto nell’universo OPEC Plus, secondo la scaletta di riduzione dei tagli stabilita nell’accordo di aprile (inizialmente -9,7 mil.bbl/g poi -7,7), mentre la produzione americana ha sostanzialmente tenuto, nonostante gli effetti dell’uragano Laura nel Golfo del Messico, con una minima riduzione nei primi otto mesi del 2020 rispetto all’egual periodo del 2019 (16,5 mil.bbl/g vs 16,7 incluse tutte le produzioni liquide).

40 doll./bbl il nuovo punto di equilibrio

Come in un tiro alla fune, il punto di equilibrio dei prezzi intorno ai 40 dollari al barile riflette tensioni di segno opposto dal lato della domanda e dell’offerta. La strategia OPEC Plus, nonostante una compliance media superiore al 100%, non sembra aver sortito l’obiettivo ultimo che si era posta: sottrarre quote di mercato al resto del mondo, ad iniziare dagli Stati Uniti che a conti fatti potrebbe averla diminuita solo di una frazione di punto. La situazione nel 2021 potrebbe così ridivenire più critica, col rischio di una rinnovata tensione con l’universo OPEC Plus.

Al prevalere delle une o delle altre forze contrapposte si avrà un rialzo dei prezzi, che non potrà che essere comunque limitato data l’elevata elasticità ai prezzi della produzione americana, o una loro ulteriore flessione sotto la soglia psicologica dei 40 dollari al barile.

Se così fosse, ne risentiranno i conti delle imprese che nel secondo trimestre hanno apportato svalutazioni nelle loro filiere sia del petrolio che del gas per 50 miliardi di dollari. Per sostenere i pur minori investimenti e pagare i dividendi le cinque oil majors hanno messo in vendita assets per 75 miliardi di dollari senza per altro che vi sia ressa di compratori.

Se i prezzi caleranno ne risentiranno la competitività delle fonti alternative e di conseguenza il cammino e la velocità della transizione energetica

Se i prezzi caleranno ne risentirà la competitività delle fonti alternative, come il resuscitato idrogeno che i suoi sostenitori reputano, illudendosi, essere strutturalmente conveniente a prescindere dai corsi del petrolio che, vale rammentare, sono oggi circa la metà di quelli di inizio anno.

Ne risentirà il cammino e la velocità della transizione energetica che solo un indomito ottimismo vede in accelerazione guardando più agli effetti deleteri e temporanei della pandemia – minor domanda, più rinnovabili, minori emissioni – che ad effettivi miglioramenti strutturali.

Checché se ne dica il COVID ha peggiorato le cose. Più che all’andamento congiunturale dei mercati merita però riflettere su una questione divenuta centrale nel dibattito sul futuro energetico: la divaricazione di strategie nel mondo delle oil majors: tra quelle americane, attestate nei loro business tradizionali, e quelle europee – con in testa la BP che ha deciso di tagliare del 40% la sua produzione di petrolio entro il 2030, pari a 1 mil.bbl/g – intenzionate a ridurre il loro impegno nei business del petrolio e metano per orientarsi verso le tecnologie low-carbon (specie eolico offshore).

Divergono le strategie delle majors USA da quelle europee

Il disimpegno delle majors europee accentuerà il vuoto d’offerta previsto per metà decennio con conseguente shocks dei prezzi. Della loro scelta approfitteranno le national oil companies dei paesi produttori e le concorrenti americane nell’assunto, ha sostenuto il CFO di Chevron Pierre Breber che “there are still too many CEOs per barrel of oil equivalent”.

‘Via dal petrolio’ sembra riecheggiare la sgangherata strategia di diversificazione che molte majors seguirono dopo la prima crisi petrolifera del 1973-1974, entrando in ogni settore che non fosse quello petrolifero, compreso l’alta moda con l’acquisto di Yves Saint Laurent da parte di Elf Aquitaine. Furono altrettanti bagni di sangue.

La strategia della BP muove dal convincimento, secondo il suo ultimo Energy Outlook, che la domanda di petrolio abbia raggiunto nel 2020 il suo picco, grazie al coronavirus, con la possibilità che da qui al 2050 vada a fondo.

Non entro nel merito dei tre scenari elaborati pur molto diversi ma che BP ritiene comunque tutti ‘possibili’, se non riprendendo l’ironico commento di un veterano dell’industria che ha sostenuto che i suoi ex-colleghi sono letteralmente “fuori di testa”.

Tagliare tutti e subito, un’opzione reale?

Di fronte alla decisione di tagliare drasticamente e volontariamente la produzione sorge un interrogativo in apparenza paradossale. Che succederebbe se anche molte altre imprese adottassero questa decisione? Così come richiesto – potrebbero sostenere – da governi, organismi internazionali, movimenti ambientalisti, chiese, investitori istituzionali e quant’altri? Che succederebbe se questa riduzione portasse ad un forte squilibrio domanda/offerta con conseguente rialzo dei prezzi?

La domanda non è né paradossale né peregrina. Per diverse ragioni a partire dal fatto che le imprese, riducendo la loro produzione, ridurrebbero il rischio di essere domani accusate, come sta avvenendo, dei danni causati dai cambiamenti climatici cui hanno contribuito.

Certo, incorrerebbero in costi affondati (stranded costs) che sarebbero però superiori se proseguissero nei loro investimenti. Come reagirebbero a quel punto i governi dei paesi consumatori o la Commissione di Bruxelles di fronte al rischio di una scarsità di una fonte ancora essenziale? Con quali strumenti potrebbero costringere le imprese a rivedere le loro decisioni? Con richiami alla ‘responsabilità sociale’ con cui oggi le ammoniscono a disimpegnarsi dalle fossili?

No, non avrebbero strumenti svelando però al tavolo del gioco dell’energia il loro bluff: far credere che senza petrolio tutti ne guadagnerebbero. Non è così. Ancora per molti anni.  


Alberto Clô è direttore della rivista ENERGIA  


Sul tema del petrolio, transizione energetica e investimenti leggi anche:
L’imprescindibile necessità degli investimenti (che non ci sono), di Redazione, 18 Settembre 2020
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Foto: Flickr

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