8 Aprile 2021

Transizione energetica a rischio: verso i 3°C?

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Diversi rapporti di recente pubblicazione – IEA e Imperial College, IRENA, UNEP, RAN – offrono numerosi spunti e informazioni sull’andamento della transizione energetica, ma non riescono a dipanare la domanda dirimente: come stanno effettivamente le cose? Alle ragioni di moderato ottimismo – piani di neutralità carbonica e le grandi risorse finanziarie da parte di Europa e Stati Uniti – sembrano prevalere le evidenze che le cose non vanno come devono andare – l’andamento degli investimenti green, le scelte politiche della Cina, quelle aziendali, quelle delle banche. Di questo passo la transizione energetica non riuscirà a contenere l’aumento di temperatura, che rischia di salire di 3 °C entro fine secolo.

Diversi rapporti usciti recentemente – IEA e Imperial College, IRENA, UNEP, RAN – danno conto di come sono andate le cose nel 2020 sul fronte climatico. Ne emergono alcuni interrogativi: se il crollo delle emissioni globali (-5,8%) possa ritenersi temporaneo o strutturale; se lo stesso valga per la resilienza delle rinnovabili elettriche e per l’aumento della loro quota sulla complessiva generazione elettrica; se la crisi delle economie abbia rallentato o meno il passo della transizione energetica. Su tutte una: come stanno effettivamente le cose?

La crisi non sembra aver rallentato la crescita della nuova potenza elettrica da fonti rinnovabili, anche a motivo dei migliori rendimenti che investimenti di tal tipo sembrano garantire (IEA e Imperial College, Clean Energy Investing: Global Comparison of Investment Returns). Quel che dovrebbe consentire un maggior impegno degli operatori privati anche in assenza di politiche di sussidi.

I piani di neutralità carbonica e le grandi risorse finanziarie destinate alla transizione energetica da Europa e Stati Uniti fanno pensare al meglio

Altro aspetto positivo è l’aumentato interesse sullo sviluppo delle nuove tecnologie low-carbon a partire dall’idrogeno verde o le batterie per sopperire alla discontinuità delle rinnovabili. La consapevolezza dei disastri che potrebbero derivare dal surriscaldamento del pianeta è aumentata a seguito dei numerosi eventi estremi (inondazioni, siccità, incendi, invasioni di locuste etc.). Quel che dovrebbe facilitare le politiche pubbliche volte a darvi rimedio, mentre molto potrebbe derivare dalle immense risorse che Europa e Stati Uniti hanno destinato alla transizione energetica.

Gli obiettivi di contrasto degli effetti dei cambiamenti climatici sembrano essere stati adottati dalle grandi imprese e capitali finanziari che hanno fatto propri i criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Mentre aumenta il numero di Stati che mirano a conseguire una piena neutralità carbonica nel giro di pochi decenni. Sin qua le ragioni di moderato ottimismo sul futuro climatico.

Ad esse si contrappongono tuttavia altrettante preoccupazioni nel constatare come le cose non stiano andando come necessario ed auspicato. Questo è vero soprattutto se le esaminiamo in un’ottica globale e non dalla ristretta ottica dell’Europa: la più virtuosa, ma nondimeno sempre più marginale sulle emissioni globali (ormai intorno al 9%).

“Stiamo andando nella direzione sbagliata”

IRENA

Un recente rapporto dell’International Renewable Energy Agency (IRENA) afferma che il “gap tra dove siamo e dove dovremmo essere non si sta riducendo ma aumentando. Stiamo andando nella direzione sbagliata” (World Energy Transitions Outlook: 1.5°C Pathway). Le emissioni sono cresciute anziché ridursi, con l’obiettivo indicato dall’IPCC di un calo del 45% tra 2010 e 2030.  

Non inganni poi la riduzione eccezionale registrata nel 2020 perché, scrive sempre IRENA, “un effetto di ritorno è molto verosimile possa accadere, almeno nel breve termine” qualora, come sperabile, l’economia dovesse riprendere. Quel che trova conferma in più fatti.

Da un lato, la Cina – responsabile del 28% delle emissioni di anidride carbonica – ha registrato nella media del 2020 un loro aumento dell’1,7% (+7% a dicembre) grazie alla crescita del PIL del 2,3% (contro -6,8% dell’Europa e -3,5% degli Stati Uniti), mentre le speranze dischiuse dall’obiettivo cinese di conseguire lo zero-carbon entro il 2060 sono contraddette dall’aumentato impegno nel carbone e messe in dubbio dalla nuova “Dual Circulation Strategy”.

Dall’altro lato, il fatto che nel corso dell’anno alla ripresa pur lenta e parziale delle economie le emissioni abbiano ripreso a salire registrando a dicembre un aumento del 2% rispetto allo stesso mese del 2019.

Da qui, la conclusione di Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia di Parigi: “l’effetto di ritorno nelle emissioni globali verso la fine dello scorso anno è forte ammonimento che non viene fatto abbastanza per accelerare la transizione verde a livello mondiale. Se i governi non si muoveranno rapidamente con adeguate politiche energetiche, verrà messa a rischio l’opportunità storica di rendere il 2019 l’anno del picco definitivo delle emissioni globali”.

Conclusione che combacia con quella formulata nell’annuale Adaptation Gap Report dell’agenzia delle Nazioni Unite UNEP dal direttore Inger Andersen, “il mondo sta andando verso un aumento della temperatura nel secolo di almeno 3°C”. Lontanissimo, quindi, dall’obiettivo fissato dall’IPCC di non andare oltre gli 1,5 °C.

Da 824 a 4.400 miliardi di dollari l’aumento del flusso annuo di investimenti green da qui al 2050 secondo IRENA per contenere la temperatura entro 1,5 °C

Per riuscirvi, secondo IRENA, bisognerebbe:

  •  aumentare da 200 a 840 GW l’incremento annuo della potenza elettrica rinnovabile;
  • moltiplicare di 20 volte l’incremento annuo delle auto elettriche, da 3 a 60 milioni di unità;
  • aumentare di oltre 5 volte il flusso annuo di investimenti green: da 824 a 4.400 miliardi di dollari da qui al 2050.

Climate Action 100+, la maggiore associazione mondiale di investitori (che gestiscono 54 mila miliardi di dollari), ha pubblicato di recente il primo Net-Zero Company Benchmark di valutazione dell’operato di 159 grandi imprese responsabili dell’80% delle emissioni mondiali relativamente ai nove indicatori più rilevanti nella lotta al global warming. Ebbene, secondo la ricerca, nessuna impresa (comprese quelle italiane) ha rispettato pienamente questi criteri, non dando seguito agli impegni assunti.

Altro dato importante è il perdurante elevato finanziamento dell’industria fossile da parte delle 60 maggiori banche, per un ammontare superiore ai 3.800 miliardi di dollari dal 2016 al 2020 (RAN, Banking on Climate Chaos).

Le 60 maggiori banche hanno finanziato l’industria fossile per oltre 3.800 miliardi di dollari negli ultimi 4 anni

Inefficacia e insufficienza delle politiche; lento procedere delle innovazioni tecnologiche che potrebbero abbattere le emissioni; impossibilità a contenerle nei paesi in via di sviluppo; nocivi effetti della crisi economica; scarso seguito delle grandi corporations agli impegni assunti; lunghi tempi necessari a modificare la path dependence energetica: sono altrettante ragioni che spiegano il gap tra “dove siamo e dove dovremmo essere”.

A queste ragioni bisognerebbe però aggiungerne un’altra non meno importante: che ciò che sappiamo sui cambiamenti climatici e le politiche di risposta è molto meno di ciò che non sappiamo. La narrazione dominante è altra dalla realtà dei fatti. Colmare questo gap sarebbe fondamentale per non cadere nelle false illusioni che stiamo alimentando.

Sarà interessante vedere cosa diranno i governi alla COP 26 di novembre a Glasgow al di là delle abituali e prevedibili parole, parole, parole.


Alberto Clô è direttore di ENERGIA e RivistaEnergia.it


Sull’avanzamento della transizione energetica leggi anche:
Individui e cambiamenti climatici, di Redazione, 19 marzo 2021
La “Dual Circulation Strategy” cinese: un possibile brutto colpo per l’agenda climatica globale, di Michele Manfroni, 4 febbraio 2021
Transizione energetica: il baratro tra essere e dover essere, di Enzo Di Giulio, 1 Febbraio 2021
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Foto: unsplash

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