15 Dicembre 2021

Alla ricerca della neutralità climatica

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L’importante è la meta o la strada per arrivarci? Ma soprattutto, è la meta giusta? Nel suo saggio pubblicato su ENERGIA 4.21, Oliviero Bernardini sostiene che la neutralità climatica sia raggiungibile entro il prossimo mezzo secolo anche in assenza di inverosimili interventi dirigisti e concertate strategie globali. Dalle simulazioni che propone, emerge che il contributo antropico al riscaldamento globale è destinato a esaurirsi grazie allo sviluppo tecnologico, l’affermarsi delle fonti rinnovabili e il progresso dell’efficienza dei processi di produzione e consumo dell’energia. È stata la bolla carbonifera asiatica a sviare le emissioni antropiche dal percorso che le avrebbe portate verso la neutralità. E tale bolla ha iniziato a sgonfiarsi già nel triennio 2016-2018, certamente non per via dell’Accordo di Parigi. Il riscaldamento globale è tuttavia in atto a prescindere dal contributo antropico. Sarebbe più saggio abbandonare la mitigazione per investire nella creazione di opportuni argini contro le previste devastazioni del riscaldamento globale: l’adattamento.

Ha senso impiegare immani sforzi e risorse nella concertazione di una strategia globale improbabile a realizzarsi fatta di inverosimili interventi dirigisti? E se il contributo antropico sia destinato a esaurirsi entro il prossimo mezzo secolo anche in loro assenza? Cosa succederebbe “se si rivelasse che il problema del riscaldamento globale è in pre­valenza di origine naturale anziché antropica e si concludesse in ritar­do che sarebbe stato meglio inve­stire nella creazione di opportuni argini fisici contro le previste deva­stazioni del riscaldamento globa­le”?

Quesiti che molti definirebbero eretici, ignorandone le implicazioni, quelli che Bernardini pone nel suo saggio pubblicato su ENERGIA 4.21. Lo studio evidenzia la dubbia razionalità negli approcci UNFCCC e WEO, soprattutto in merito alla loro rilevanza per le concrete problematiche dei paesi destinatari, per arrivare a sostenere come la grande diversità nella dotazione di risorse energetiche e le di­vergenze negli obiettivi di crescita dei paesi precludono l’adozione di strategie climatiche omogenee o quanto meno convergenti a livello internazionale.

Il divario tra realtà e retorica climatica non è mai stato così am­pio

L’analisi parte dal miraggio della stabilizzazione dei gas serra dell’IPCC (par. 1). “Le emissioni dei paesi dell’Annesso B si erano verosimilmente stabilizzate già nel decennio 1980-1990, indipendentemente dal Protocollo di Kyoto”. A livello globale, tuttavia, le emissioni hanno continuato a crescere per “la continua dirompente ascesa delle emissioni cinesi e indiane (e) l’inarrestabile crescita (di quelle) dei restanti paesi del mondo”.

“A seguito degli accordi sotto­scritti alla COP21 di Parigi era atte­sa una significativa riduzione nella crescita delle emissioni, mentre dalle verifiche effettuate sui Piani nazionali dei diversi paesi (Intended Nationally Determined Contribu­tion, INDC), si deduce che le azioni intraprese per l’abbattimento delle emissioni di gas climalteranti sono nel complesso del tutto insuffi­cienti”.

Nel successivo paragrafo (2. IEA: le elucubrazioni del WEO), l’Autore critica “la presunzione e cieca fiducia che gli scenaristi del WEO palesano nei propri modelli econometrici” per cui, “data la complessità delle argomentazio­ni, la riservatezza dei modelli di calcolo utilizzati, nonché il livello di aggregazione geopolitica con cui vengono presentati i risultati, diventa estremamente complesso se non praticamente impossibile valutare l’attendibilità dei risultati ottenuti che di conseguenza vengo­no accettati passivamente e acriti­camente come un dato di fatto (8).”

Quo nunc? si chiede quindi nel terzo paragrafo. “Se nell’ultimo quarto di seco­lo il processo di difesa e recupero dell’ambiente gestito dalle istitu­zioni internazionali non è riuscito a fare concreti passi avanti, c’è da chiedersi se vi siano delle discrete possibilità di riuscirvi nel prossimo quarto di secolo. Ovvero se non sia più saggio trovare soluzioni che prendano atto delle implicazioni ambientali della crescita della po­polazione e del benessere econo­mico in un mondo di paesi sovra­ni motivati da legittimi ma spesso contrastanti interessi.”

Sia l’I­PCC sia il WEO offrono una visione frammen­taria e in ultima analisi artificiosa della realtà

Bernardini prende quindi in esame quello che considera il disorientamento dell’IPCC (par. 3.1.) e i disguidi del WEO (par. 3.2). “Sia l’I­PCC (braccio destro dell’UNFCCC) sia il WEO (fiore all’occhiello della IEA) offrono una visione frammen­taria e in ultima analisi artificiosa della realtà che, seppure affondi le proprie radici in misurazioni arti­colate nello spazio e nel tempo, si riduce a una sorta di numerologia più esoterica che materiale e che può essere letta in modi diversi a seconda delle intenzioni e degli obiettivi”.

Nel primo caso torna su un tema divisivo nel dibattito climatico globale e per molti da considerare chiuso: la debolezza della teoria dell’origine antropica del riscaldamento globale. “I favorevoli sono talmente si­curi delle loro ragioni che non han­no mai dato risposte concrete alle numerose confutazioni puntuali sull’origine umana del riscalda­mento globale sollevate negli ulti­mi decenni (13)”.

Asserzione cui seguono diversi esempi, tra cui “che la riduzione della lunghez­za e massa dei ghiacciai è in atto almeno dai primi anni dell’Otto­cento”, come pubblicato dal «Journal of Geophysical Research» o “che l’aumen­to del livello della superficie degli oceani è iniziato da oltre due seco­li”, come affermato su «Science».

Nel secondo caso, evidenzia gli er­rori di previsione del WEO che “tende a sminuire (…) facendo riferi­mento ai grandi aggregati econo­mici e geografici”. Eppure, non si possono trascurare “differenze abissali dell’ordine del 30-50% per paese e per fonte”. Il riferimento è alla Cina e all’India per cui il WEO 2000 sottostimava la bolla carbonifera che al 2010 avrebbe portato a un enorme aumento delle emissioni di CO2.

Per la Cina, il WEO 2000 sottosti­mava il consumo di fonti fossili nel 2010 del 35% del consumo effettivo; l’89% di questo deficit è stato poi colmato con il carbone

Ma quindi è possibile raggiungere il 2050 con zero emissioni nette? Nel 4° paragrafo l’Autore ripercorre la genesi di quello che è diventato l’obiettivo globale e a cui invero l’IPCC “non aveva mai dato particolare risalto” nei primi cinque Rap­porti di valutazione.

Per rispondere al quesito Bernardini propone nelle conclusioni (5. «Much ado about nothing»?) una serie di simulazioni basate sulle serie storiche che confronta con le ipotesi al 2050 del WEO 2020. “Se invece di fissarsi sulle tonnellate di CO2 rilasciate nell’atmosfera si guardasse alle quantità emesse per unità di PIL, si potrebbe avere una visione più rassicurante e attinente alla realtà”.

La bolla del carbone ha iniziato a sgonfiarsi già nel triennio 2016-2018, e certamente non per via dell’Accordo di Parigi

“Il risultato più significativo che emerge dalla Fig. 4 è che an­che il prolungamento oltre il 2020 della simulazione storica dei dati degli anni 1965-1999 (Simulazione storica I) raggiunge zero emissioni addirittura prima del 2050, ossia nel 2047-2048”.

“Essa esprime l’andamento inerzia­le racchiuso nella storia energetica del mondo in questi quasi quattro decenni che, in assenza di eventi eccezionali, si potrebbe tranquilla­mente estrapolare nel futuro per i successivi due decenni; ovvero, al­meno fino al 2020 (29). Invece, negli ultimi vent’anni essa si stacca note­volmente dall’andamento effettivo (linea nera piena) per via dello svi­luppo carbonifero asiatico”.

“La bolla carbonifera degli ul­timi due decenni che ha alzato la base delle emissioni di quasi 100 kg CO2/doll. è destinata a esaurirsi nel giro del prossimo decennio in parallelo allo sviluppo tecnologico, l’affermarsi delle fonti rinnovabi­li e il progresso dell’efficienza dei processi di produzione e consumo dell’energia, anche in assenza di in­terventi dirigisti del tipo ipotizzati nel WEO (30)?”

In altre parole, se non sarà il 2050, sarà il 2070.  Ma senza buttare “ai quattro venti quanto costruito dalla nostra civil­tà negli ultimi secoli”. Meglio intervenire investendo nella creazione di opportuni argini contro le devastazioni dell’inevitabile riscaldamento globale.


Il post presenta l’articolo di Oliviero Bernardini Lotta ai cambiamenti climatici: mistificazioni e realtà (pp. 70-79) pubblicato su ENERGIA 4.21


Oliviero Bernardini è membro del Comitato Scientifico «Energia»

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