27 Giugno 2022

Gas russo, come siamo finiti nella bocca del leone?

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Con la crisi ucraina e il ricatto russo sul gas, anche l’Italia riscopre il valore della sicurezza energetica. Per non commettere gli stessi errori in futuro è importante ricostruire come siamo arrivati a dipendere dal gas russo. Alberto Clô lo fa con un lungo saggio su ENERGIA 2.22 nel quale ricostruisce le vicende che hanno reso Mosca un partner strategico per l’Italia senza comprendere le reali ambizioni di Putin.

“Dallo scoppio della guerra in Ucraina molti si vanno chiedendo come sia stato possibile che il nostro Paese si sia legato alle forniture di metano dalla Russia al punto, ha scritto Angelo Panebianco, d’«avere infilato la testa nella bocca del leone»”.

A questa domanda Alberto Clô risponde su ENERGIA 2.22 con una accurata ricostruzione storica dei fatti e delle ragioni per cui l’Italia dipende massimamente dalla Russia per le importazioni di gas naturale. Una scelta che “almeno in parte fu di natura politica”.

L’abbondanza ha (colpevolmente) portato a trascurare la rilevanza politica dell’energia

“Col nuovo Millennio si apre una fase di grande abbondanza di offerta dei mercati energetici, tale da generare l’illusione che la tradizionale priorità assegnata alla «sicurezza energetica» dovesse lasciare il passo alla «convenienza economica» dell’energia incardinata nelle liberalizzazioni del mercati” (1. Una dipendenza frutto delle nostre scelte).

“L’energia, siamo nel secondo decennio nel nuovo Millennio, usciva dal dibattito politico e pubblico, se non per le problematiche ambientali, a differenza di quel che era accaduto in un lontano passato (8). Scarso era quindi l’interesse generale di fronte al moltiplicarsi delle opposizioni – ai rigassificatori, all’estrazione di idrocarburi nazionali, allo sviluppo dei gasdotti – che avrebbero finito per favorire la dipendenza dal gas di Mosca (Fig. 1, Tab. 1) (9)”.

Senza carbone e nucleare, il gas e le sue importazioni divenivano scelta in qualche modo inevitabile

“Unica possibilità per contenere, almeno parzialmente, le importazioni sarebbe stata l’aumento della produzione interna di metano grazie al raddoppio delle sue riserve provate a 270 miliardi di metri cubi a metà degli scorsi anni Ottanta (…).

Produzione che Eni – ancora ente pubblico e quindi sotto la supervisione governativa – decise invece di mantenere inalterata, scarificandola alle importazioni, quasi interamente da Algeria e Unione Sovietica, nonostante la molto maggiore convenienza economica della produzione domestica (13)”.

«L’imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori» – Mario Draghi

In effetti, la dipendenza da Mosca è una storia che viene da lontano (par. 2): “dall’accordo firmato il 4 dicembre 1958 da Mattei con l’Unione Sovietica sul solco della «diplomazia del petrolio»”, al 1969 con “il primo contratto nel settore del gas naturale con l’acquisto di 6 miliardi di metri cubi all’anno (…), sino ad arrivare ai 29 miliardi di metri cubi importati da Gazprom nel 2021”.

Dopo la digressione storica sulle nostre relazioni energetiche con Mosca ,il Direttore di ENERGIA si chiede che peso ha avuto la salita al potere di Vladimir Putin (par. 3). Cosa sarebbe successo “se si fosse prestata attenzione alle idee che lo stesso Putin aveva espresso nella sua dissertazione di dottorato nel 1997 all’Istituto Minerario di San Pietroburgo”?

La profonda conoscenza dei temi energetici da ha Putin un vantaggio rispetto agli interlocutori esteri

Due le priorità nella visione di Putin: “da un lato, ricostruire l’industria nazionale dell’energia dalle ceneri in cui era precipitata con le scriteriate privatizzazioni decise da Boris Yeltsin; dall’altro, fare dell’energia la leva con cui la Russia potesse riguadagnare il ruolo che gli spettava a livello internazionale, risollevandola dalle umiliazioni che aveva subìto”.

Da qui l’avvio di partnership privilegiate con l’Europa (facendo perno sulla Germania) e due specifiche priorità economiche: “da un lato, favorire la costruzione di gasdotti e la conclusione di contratti di lunghissimo periodo che avrebbero «ingessato» queste partnership e, dall’altro, ridurre i rischi di esposizione a paesi di transito ad iniziare dall’Ucraina, i cui gasdotti veicolavano la quasi totalità di esportazioni di gas russo in Europa”.

Nel 2000 la Commissione attribuiva notevole importanza al dialogo con la Russia

Ma per ambire al rango di Energy Superpower (par. 4), la Russia aveva bisogno “di superare l’arretratezza tecnologica dell’industria nazionale e di rapportarsi alle variabili esterne, a iniziare dalle condizioni del mercato energetico internazionale”.

“L’aumentato ruolo dell’energia nell’economia e nelle esportazioni russe ne determinava per contro una dipendenza tale da rendere prioritario l’obiettivo della «sicurezza energetica» da intendersi (…) come garanzia di poter far conto su una domanda certa di lungo periodo”.

Una mutua garanzia che funzionò per diversi anni fino a che il crollo della domanda di gas a seguito della crisi finanziaria del 2008 e il conseguente surplus di offerta sui mercati non spinsero l’Europa a prediligere piattaforme negoziali “che esprimevano prezzi quotidiani (spot) di gran lunga inferiori a quelli concordati nei contratti a lungo termine (32)”.

Nell’epoca dell’abbondanza, la sicurezza energetica veniva così trascurata in favore della competitività del prezzo. Oggi che la situazione è ribaltata in favore della Russia ne paghiamo le conseguenze. Come ebbe a dire lo stesso Putin “I saggi membri della precedente Commissione europea, specie gli esperti inglesi, hanno inventato il prezzo di mercato del metano ed ora tutti ne possono vedere i risultati”.

Nord Stream 2 e uscita dal nucleare: la rovinosa eredità energetica di Angela Merkel

Vi è poi la questione dei gasdotti atta ad annichilire il suo ossessivo obbiettivo: l’Ucraina (par. 5). “La reazione di Putin al fallimento del South Stream fu rabbiosa (42) con la decisione di costruire un gasdotto alternativo che collegasse Russia e Turchia denominato TurkStream” e di raddoppiare la portata del Corridoio Settentrionale con la “realizzazione di un altro progetto di gasdotto: il Nord Stream 2” che avrebbe portato “la capacità di trasporto tra Russia e Germania a oltre 100 miliardi di metri cubi così da annullare la necessità di ogni transito dall’Ucraina”.

“Nonostante i numerosi moniti che si levarono verso l’Europa perché allentasse le sue importazioni del gas russo (58), esse aumentarono di oltre il 50% passando da livelli intorno ai 100 miliardi di metri cubi nel 2010 ai 155 miliardi registrati nel 2021” (6. L’Europa che si gira dall’altra parte).

Il fatale senso (non colto) della strategia politica di Putin

“Dal 2005 l’interdipendenza russo-tedesca sarebbe enormemente cresciuta, acconsentendo a Gazprom di entrare direttamente nel mercato tedesco, arrivando ad affidargli un quinto della capacità di stoccaggio del gas, primo strumento per la sicurezza energetica. E, soprattutto, accrescendo la sua dipendenza dall’energia russa: col 60% delle sue importazioni di gas, il 34% di quelle di petrolio, il 53% di hard coal (61)”.

“La conclusione che ci sembra di poter trarre è che la dipendenza europea dal gas russo, se è riconducibile a ragioni di convenienza economica e di prossimità geografica, non lo è da meno per ragioni squisitamente politiche”. Una considerazione che fa da preludio ad alcuni insegnamenti da trarre (par. 7).


Il post presenta l’articolo di Alberto Clô La dipendenza italiana dal gas russo tra economia e politica (pp. 28-36) pubblicato su ENERGIA 2.22

Alberto Clô è direttore della rivista Energia e del blog RivistaEnergia.it

Foto: Unsplash


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