19 Settembre 2022

La presentazione di ENERGIA 3.22

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Alberto Clô presenta i contenuti del nuovo trimestrale ENERGIA. In fondo al testo è possibile scaricare il pdf dell’intera presentazione.

Il tempo della guerra e quello della speranza

Nell’Editoriale di questo numero, Romano Prodi, partendo dalla costatazione di come la storia ci ponga talora davanti ad accadimenti inaspettati, imprevisti e tragici, traccia un’ampia e approfondita analisi dell’attuale maledetta guerra e della crisi energetica che va conoscendo una spirale rialzista che pare inarrestabile, con prezzi del gas che hanno segnato il 25 agosto un livello mai raggiunto di 310 euro/MWh (oltre 100 doll./mil Btu) pari a 10 volte quello di un anno fa. (…) Accusare le piattaforme di negoziazione dei prezzi, a partire da quella olandese TTF, di esserne responsabili perché soggette a forti spinte speculative è profondamente errato, come spiegano Andrea Paltrinieri e Domenicantonio De Giorgio nel loro contributo. È come prendersela col termometro che registra una febbre alta causata, nel caso del gas, dal ricatto russo perpetrato da Putin, dalle cui esportazioni di energia l’intera Europa si è trovata a dipendere in misura così elevata (40% per il gas, 25% per il petrolio, 55% per il carbone), al punto da divenirne ostaggio. Come va accadendo per il petrolio e il gas, anche nel carbone il venir meno delle esportazioni russe ha innescato un forte rialzo dei prezzi per la concorrenza tra i vari paesi e una crescente difficoltà a reperirlo sui mercati internazionali. Un duplice effetto boomerang di cui a Bruxelles non vi è la minima consapevolezza, come evidenziato da Valeria Palmisano nella sua Lettera da Bruxelles. (…) Illusi dal mito dell’abbondanza e delle virtù del mercato, abbiamo abbandonato i contratti a lungo termine, di cui tratta anche Fabio Polettini relativamente alle principali clausole commerciali, per agganciarci totalmente ai prezzi spot del gas, mettendo così il manico del coltello nelle mani di Putin. La guerra ha messo a nudo tutte le incongruenze delle passate politiche. Rimediarvi, nell’obiettivo condiviso di liberarci dell’energia russa, è il compito che ci troviamo a dover affrontare, premessa necessaria per imparare a navigare nel nuovo ordine energetico.

Il nuovo ordine energetico: tra Stato e Mercato, penuria e abbondanza

Ripercorrendo la storia energetica del secolo scorso è ben visibile l’oscillazione del pendolo tra Stato e Mercato, tanto più evidente quanto più ampio era stato il precedente arco. Come oggi va accadendo a favore del primo. La ragione che ha storicamente motivato l’interventismo pubblico è stata l’esistenza di «fallimenti del mercato» (veri o presunti). (…) La grande bonanza di petrolio e metano nel nuovo Millennio è all’origine dell’oscillazione del pendolo verso il Mercato, nel presupposto che il perseguimento degli interessi privati significasse di per sé il soddisfacimento di quelli generali, sicurezza inclusa(2). (…) Tale bonanza potrebbe tuttavia rivelarsi illusoria, mette in guardia Michele Manfroni nel suo saggio. (…) Volenti o nolenti, con le fonti fossili – e specie col petrolio – è necessario quindi fare i conti ancora per molto tempo. Eppure, sul fronte petrolio emergono serie difficoltà proprio da quando, nei primi anni del Millennio, si è avviato un processo di sua de-convenzionalizzazione col passaggio dal dominio di quello convenzionale a una serie di altri composti (…). L’articolo esamina i diversi ostacoli che impediscono alle risorse shale di rivestire il ruolo preminente che dovrebbero, e dovranno, assumere. (…) Ma di penuria si può parlare anche per quanto riguarda l’attuale congiuntura del gas. Quando una ventina di anni fa l’Europa scelse la via del metano, dopo aver interrotto lo sviluppo del nucleare e del carbone, nessuno o pochi, specie dagli Stati Uniti, ammonirono sulla dipendenza dalla Russia che ne sarebbe derivata e che oggi stiamo soffrendo. Lo stesso potrà dirsi in futuro per la massiccia dipendenza dalla Cina che deriverà dalla scelta dominante che si sta perseguendo verso le tecnologie a basso contenuto carbonico. Tanguy Bonne, Carl Grekou, Emmanuel Hache e Valérie Mignon analizzano in maniera puntuale il dominio che la Cina ha acquisito nei minerali e metalli strategici nell’intera loro filiera, specie nella raffinazione: lo fa investendo sia al suo interno che all’estero, con una quota della produzione mondiale del 70% per cinque minerali e del 30% per otto minerali. Percentuali destinate ad aumentare, dato l’obiettivo che la Cina si è data di divenire nel giro di due decenni la prima potenza mondiale nelle future tecnologie (batterie, veicoli elettrici, intelligenza artificiale, etc.). L’Occidente non ha prestato sinora alcuna seria attenzione a quel che potrà significare una sudditanza alla Cina nel perseguire la transizione energetica che continua a declamare, così come un tempo fece col metano. (…) La sicurezza energetica – vuoi per le conseguenze della guerra russa in Ucraina, vuoi per le dinamiche che si intersecano con la transizione energetica – accentuerà quindi in modo strutturale e duraturo questa ennesima oscillazione del pendolo tra Stato e Mercato, in favore del primo. Perché nulla sarà più come prima. È questo, in estrema sintesi, l’incipit dell’articolo di Jason Bordoff, della Columbia University, e Meghan L. O’ Sullivan, dell’Harvard Kennedy School, che prefigura «The New Energy Order» che soppianterà il vecchio paradigma centrato sul Mercato. Il ritorno dei governi dovrà affrontare contestualmente due priorità politiche ed economiche: cambiamenti climatici e sicurezza energetica. Un ritorno che potrebbe avere effetti positivi, se i governi non ripeteranno gli errori che commisero negli anni Settanta, quando il loro intervento peggiorò le cose. Un’oscillazione opposta al convincimento di Lord Nigel Lawson (…) «the business of government is not the government of business». (…) Nell’energia non vi è ormai governo che non intervenga in materia di prezzi; che non alteri il gioco concorrenziale tra le varie tecnologie low-carbon, disattendendo ogni «neutralità», a favore di quelle che ritiene a sua discrezione preferibili; che non riduca gli spazi del libero mercato sublimato dalle liberalizzazioni. (…) Un po’ ovunque i governi hanno ripreso ad appoggiarsi ai vituperati «campioni nazionali», anche a fronte della latitanza dei privati che illusoriamente si riteneva potessero risolvere ogni sorta di problema. E, d’altra parte, loro obiettivo è far profitti e non salvare il Pianeta, garantire la sicurezza energetica, evitare la volatilità dei prezzi, fonte semmai di forti speculazioni finanziarie e di grandi guadagni. A determinare il nuovo ordine energetico mondiale, oltre al maggiore interventismo dei governi nel settore energetico, contribuiranno anche la ravvisata accelerazione della de-globalizzazione. (…) Daniel Yergin, Chris Williamson, Matteo Fini e Jim Burkhard analizzano in termini generali e relativamente alle industrie automotive ed energetica, gli effetti che la rottura delle supply chain va determinando specie nella sempre più accidentata strada della transizione energetica, soprattutto riguardo le auto elettriche. Ove, aggiungiamo noi, la retorica continua a far aggio sulla cruda realtà delle cose, da cui emerge un forte rallentamento della loro penetrazione, specie nel nostro Paese(12). Quanto all’industria energetica, proseguono gli analisti di S&P Global, si sta sgretolando l’integrazione dei mercati iniziata negli anni Novanta con i «mercati del petrolio e del gas ora divisi tra quelli che acquistano petrolio e gas sulla sua origine e non solo sulle forze di mercato».

I dubbi della scienza e la foresta dimenticata

Ripercorrendo i vari capitoli del recente libro Unsettled scritto da Steven E. Koonin, fisico teorico e astrofisico con posizioni di prim’ordine nel mondo accademico americano, Pippo Ranci analizza le mille sfaccettature che attraversano l’annosa questione del rapporto tra scienza e clima, evidenziando la vena carsica di scetticismo che si contrappone alla teoria del diffuso consenso sull’impatto dell’uomo sui cambiamenti climatici. (…) «La tesi centrale del libro – e anche la sua conclusione – è: del clima sappiamo ancora poco. Se s’intende poco rispetto a quel che si potrebbe e vorrebbe sapere». L’affermazione è inconfutabile: la ricerca scientifica ha davanti a sé enormi spazi di oscurità da chiarire. L’articolo di Pippo Ranci costituisce un utile tentativo di inquadrare la complessa tematica dei dibattiti e delle soluzioni avanzate per la lotta ai cambiamenti climatici. Tra queste trovano spazio in questo numero le natural based solutions, e in particolare il tema della forestazione, per mano di Enzo Di Giulio e Stefania Migliavacca. (…) «Quale ruolo – si chiedono – possono avere nella crisi climatica? Possono rappresentare una soluzione alla stasi corrente delle policy? Possono catturare, in tempi brevi e a costi economici, considerevoli volumi di CO2 in modo da estendere l’orizzonte temporale delle policy?». A queste domande, gli Autori – sottolineando la grande complessità e incertezza tecnica e scientifica dei singoli aspetti dell’argomento – rispondono in maniera interlocutoria: respingendo le posizioni estreme che si annullano reciprocamente. Sostenendo, pragmaticamente, che «le foreste non possono risolvere da sole la questione climatica, ma è altrettanto chiaro che possono dare una mano considerevole». (…) Molto dipenderà da come la politica orienterà i suoi interventi: cercando di coinvolgere per quanto possibile gli operatori privati (tra cui molte imprese petrolifere) che già si stanno impegnando in questa direzione, oppure operando direttamente, scelta che gli Autori ritengono preferibile. A riprova che il pendolo muove nuovamente in direzione dello Stato.

a.c.
Bologna, 5 settembre 2022


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