2 Agosto 2023

La crisi del Niger e i rischi per l’Italia e il Piano Mattei

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La destabilizzazione del Niger e le sue implicazioni internazionali comportano rischi di primo piano per l’Italia e il futuro del Piano Mattei. In questo nuovo articolo della Rubrica Geopolitica dell’Energia, la crisi in Niger viene inserita nel contesto di fragilità dell’Africa Occidentale e dell’influenza in declino dell’Occidente in tutto il Sahel. La possibilità che siano potenze straniere ad approfittare della destabilizzazione regionale peggiora ulteriormente il quadro della sicurezza e transizione energetica europea.

La notizia della destituzione del Presidenza del Niger, il democraticamente eletto Mohamed Bazoum, ha colto di sorpresa le cancellerie occidentali. La giunta militare con a capo l’autoproclamatosi generale Tchiani ha di fatto segregato nel palazzo presidenziale Bazoum insieme ad altre figure politiche di spicco nigerine. La popolazione è stata invitata a manifestare contro ingerenze straniere mettendo in stato d’assedio l’ambasciata francese. Ignorando il pericolo di inevitabili sanzioni dell’Occidente e di isolamento internazionale, con possibili effetti devastanti su uno dei paesi più poveri al mondo e affetto da regolari esplosioni di malattie endemiche e gli effetti combinati del cambiamento climatico e insicurezza alimentare, la junta ha proceduto all’arresto di altri tre Ministri del governo. Una riprova della confidenza con cui il nuovo regime si è insediato in una nazione strategica per la stabilità regionale.

Una crisi in divenire

Una missione diplomatica del Presidente del Chad Mahamat Idriss Déby Itno nella capitale Niamey ha consegnato un ultimatum di sette giorni per reintegrare Bazoum. Déby ha anche incontrato il Presidente nigerino in pectore, dimostrando la solidarietà dei leader riuniti sotto le insegne della Economic Community of West African States (ECOWAS). Un Summit straordinario dell’organizzazione dell’Africa Occidentale, il cui membro più influente è la Nigeria, ha definito illegale la detenzione. Allo stesso tempo, ECOWAS ha invitato i vertici dell’esercito a ripristinare l’ordine costituzionale.

Particolarmente allarmante è il fatto che ECOWAS si è riservata la possibilità di “utilizzare la forza” militare nel caso in cui le richieste non trovassero riscontro. A queste hanno risposto congiuntamente le giunte militari di Mali e Burkina Faso, a cui si è aggiunta la Guinea. In un comunicato congiunto, i governi di Bamako e Ouagadougou hanno asserito che un intervento armato in Niger equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra contro di essi. Una dichiarazione che avvicina la possibilità di un conflitto dai risvolti imprevedibili e che potrebbe coinvolgere diversi paesi nella regione del Sahel.

Posizione dei membri ECOWAS nei confronti del colpo di stato in Niger
In colore rosso i membri sostenitori di Niamey
In verde i membri che vogliono reintegrare il Presidente Bazoum

La strategicità del Sahel per l’Europa

Stati Uniti, Unione Europea e soprattutto la Francia, hanno sostenuto la dichiarazione di ECOWAS e condannato la deposizione di Bazoum, tagliando gli aiuti economici disposti nei confronti di Niamey. In particolare, Macron ha fatto sapere che vi sarà una reazione “immediata e senza compromessi” nel caso in cui cittadini e/o gli interessi francesi venissero attaccati. La giunta militare sta puntando preventivamente il dito contro Parigi, legittimando una resistenza ad oltranza contro le richieste della comunità internazionale.

I segnali evidenziano come il nuovo regime si senta minacciato dagli oltre 1.500 soldati francesi dislocati nelle vicinanze di Niamey. Assieme a loro, anche un contingente degli Stati Uniti di oltre 1.000 uomini e uno italiano, in rappresentanza della EU Military Partnership Mission, si trovano nel Paese per limitare l’avanzata di gruppi jihadisti affiliati allo Stato Islamico nel Grande Sahara. Il Sahel è divenuto il vero epicentro dell’estremismo islamico e conta, secondo il Global Terrorism Index, per il 43% delle morti violente da esso causato.

L’addestramento dell’esercito nigerino, il braccio armato di uno dei pochi governi democratici rimasti nella regione fino a pochi giorni fa e allineato con l’Occidente, è stato al centro della missione internazionale. Lo stesso esercito che, flagellato da divisioni interne, oggi si rivolta contro le istituzioni democratiche che avrebbe dovuto difendere. Una situazione che mette in luce le contraddizioni emerse dal fallimentare approccio strategico occidentale nel Sahel.

Le forze francesi in Niger sono infatti divenute l’ultimo baluardo di Parigi in una regione posta per secoli sotto uno stretto dominio coloniale. La Francia è uscita sconfitta da Mali e Burkina Faso, dove altri putsch hanno imposto regimi militari rispettivamente nel 2021 e 2022. Il Niger era divenuto negli ultimi anni il laboratorio per costruire una forza militare sufficientemente forte per presidiare l’Africa Occidentale.

L’approccio maggiormente moderato, sbandierato più volte da Parigi stessa, ha però visto le forze francesi sempre meno coinvolte da quelle nigerine in operazioni di sicurezza. Le politiche UE nel paese sono ritenute incoerenti e spesso non rappresentative delle necessità della popolazione locale. La società civile nigerina ritiene Bruxelles un partner poco affidabile nel suo assecondare continuamente gli interessi di Parigi.

Il Niger è il secondo esportatore di uranio verso l’UE e il settimo produttore al mondo. Dal suo insediamento, la nuova giunta ha imposto lo stop all’export verso la Francia. Mentre i prezzi dell’uranio registrano un tenue incremento, i rischi alle supply chain globali potrebbero incidere sui costi di futuri contratti per l’approvvigionamento. Al momento, la compagnia francese Orano conferma l’operatività delle proprie miniere in Niger.

Secondo il generale Tchiani, l’esercito ha dunque preferito una militarizzazione completa per far fronte alla piaga della violenza jihadista. Una mossa dettata la frustrazione crescente verso l’incapacità dimostrata da Buzoum e partner occidentali nel risolvere la questione dell’estremismo religioso. A sua volta, una propaganda antioccidentale è stata attivata per legittimare il colpo di mano. Una svolta che rischia di ricadere pesantemente sull’intera popolazione, privandola degli aiuti messi sul tavolo dalla comunità internazionale. Ugualmente, la strada è in discesa per l’ingerenza di altre potenze esterne, come Cina e Turchia, con evidenti interessi nel Sahel.

Il caso Niger fa in questi giorni discutere anche come contraltare al vertice Russia-Africa organizzato il 27-28 luglio scorso a San Pietroburgo. Obiettivo del summit, voluto fortemente dal Presidente russo Putin, è stato il rilancio della cooperazione bilaterale e dell’immagine del Cremlino nel pieno dell’invasione dell’Ucraina. Se l’attenzione dei media occidentali si è concentrata sulle proteste africane per l’interruzione dell’accordo sul grano tra Mosca e Kyiv e la defezione di alcuni leader continentali al vertice, la Russia ha incassato il pieno sostegno dei regimi di Burkina Faso, Mali e Repubblica Centrafricana.

A questi paesi, dove il Gruppo Wagner è attivo da tempo, Putin in persona ha promesso l’invio di decine di migliaia di tonnellate di grano entro pochi mesi. Il Presidente russo ha anche promesso l’annullamento di qualsiasi dazio sulle esportazioni. Se il redivivo Prigozhin ha personalmente offerto a Niamey l’aiuto dei propri mercenari per far ritornare l’ordine nel paese, i media russi hanno prontamente puntualizzato come il Niger fosse una delle poche nazioni africane a non aver inviato alcun rappresentante al summit Russia-Africa.

I riflessi internazionali della destabilizzazione del Niger

Con l’imprigionamento della leadership democratica del Niger, la regione pare avviarsi verso una fase di forte destabilizzazione. Quello del Generale Tchiani è il settimo colpo di stato negli ultimi tre anni tra Africa Occidentale e Africa Centrale. Il putsch ultima la costituzione di una cintura di paesi governati da leadership militari che si estende per oltre 3.000 chilometri, dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso (vedi mappa sotto). Una striscia di paesi che dalla Guinea finisce nel Sudan, martoriato da una guerra civile che dura ormai da più di 100 giorni.

Paesi del Sahel che hanno subito un colpo di stato dal 2020
Fonte: The New York Times

Un conflitto passato in secondo piano, ma che ha provocato oltre 3,5 milioni gli sfollati e che a centinaia di migliaia hanno varcato i confini di Egitto, Chad e Sud Sudan. Le sorti della guerra paiono favorire i ribelli della Rapid Support Force (RSF) a discapito dell’esercito regolare sudanese, sostenuto da Egitto e Arabia Saudita. Se i negoziati in atto dovessero fallire ed RSF prendesse il sopravvento, non è escluso che potenze esterne potrebbero decidere di intervenire direttamente in Sudan.

L’intero Sahel appare ora in subbuglio. In Senegal, membro di ECOWAS, il governo ha neutralizzato il primo partito d’opposizione e la protesta di piazza ha assunto toni antioccidentali. Nel caso in cui l’instabilità in Niger si cronicizzasse, la situazione potrebbe avere ulteriori conseguenze nefaste per l’intera area. Nella regione nigerina di Tillaberi, confinante con Benin, Mali e Burkina Faso, gruppi jihadisti già ben organizzati potrebbero prendere il sopravvento, costituendo una roccaforte da cui sarebbe possibile convergere verso il confine di Niger, Benin e Nigeria. (vedi mappa sotto)

Quest’ultimo paese, la vera potenza dell’Africa Occidentale, sta vivendo settimane di fortissimo stress economico e sociale. L’abolizione di un sussidio ultradecennale verso i consumi di carburanti ha provocato un’impennata dei prezzi per i cittadini. Imminenti scioperi nazionali indetti dai sindacati e dalle opposizioni politiche contro il neoeletto presidente Bola Ahmed Tinubu, proclamato anche al vertice di ECOWAS, si fanno sempre più pressanti, minacciando il già fragile rapporto tra la popolazione e le istituzioni, affette da una dilagante corruzione.

Principali attività di gruppi ribelli e jihadisti in Nigeria
Fonte: Hudson Institute – James Barnett

Un effetto spillover dell’instabilità nigerina in Nigeria, dove da tempo si ripetono incessantemente attacchi di gruppi associati al radicalismo islamico, avrebbe effetti deleteri per il maggior produttore di petrolio dell’intera Africa. Già in forte crisi a causa di atti di vandalismo contro le infrastrutture dedite alla produzione ed export, anche le major internazionali faticano a mantenere in funzione i propri terminal. La Nigeria è un importante partner di OPEC+, ovvero l’alleanza tra Russia e Arabia Saudita ed altri paesi produttori di petrolio. Il recente taglio alla produzione ha spinto nuovamente i prezzi del Brent oltre gli 85 dollari al barile e, con una domanda globale in crescita, un ammanco ancor più marcato di flussi nigeriani farebbe ulteriormente crescere i prezzi sull’onda di una visibile preoccupazione nei mercati.

La Nigeria è anche uno dei maggiori esportatori di gas africani, secondo soltanto all’Algeria. Una risorsa divenuta di eccezionale importanza per l’UE, alla disperata ricerca di alternative al gas russo e che vede proprio Abuja come proprio sesto fornitore.

Il progetto Trans-Saharan Gas Pipeline
Fonte: S&P Global Platts

Nel 2022, sull’onda della dissoluzione dell’interdipendenza russo-europea del gas, i tre governi di Niger, Nigeria e Algeria hanno siglato un Memorandum d’Intesa per la costruzione di Trans-Saharan Gas Pipeline (TSGP). Un gasdotto dai costi faraonici (stimati in oltre 10 miliardi) e dalla lunghezza di circa 4,000 km. Secondo i proponenti, TSGP è destinato a trasportare 30 miliardi di metri cubi di gas nigeriano sulle coste meridionali del Mediterraneo. Un progetto che avrebbe dovuto trovare l’improbabile interesse delle istituzioni finanziarie occidentali per venire alla luce.

Anche prima del colpo di stato in Niger, sostenere il TSGP appariva del tutto impraticabile. Ad ogni modo, va qui rimarcata la decadenza dell’export di gas dalla Nigeria, in calo da tre anni e completamente dipendente dal GNL. Un tema che pone nuovamente la questione dell’affidabilità dei partner energetici africani nell’offrire alternative affidabili e a prezzi convenienti rispetto le importazioni da altri mercati.

L’impatto su sicurezza e transizione energetica italiana e la precarietà del Piano Mattei

Conflitti civili, dalla Libia al Sudan, hanno accresciuto la porosità dei confini. Ciò ha aperto nuove possibilità per i gruppi terroristici nel Sahel e con la crisi del Niger, una nuova spirale di violenza e repressione potrebbe innescarsi. Dinamiche che potrebbero alimentare nuove ondate migratorie e minacciando i pochi ma vitali progetti economici nella regione.

L’esplosione di un conflitto civile in Niger o peggio ancora, l’intervento di potenze esterne, espongono la Libia, dove quella nigerina è una delle comunità maggiormente rappresentate, al pericolo di massicci flussi migratori. Il Paese è martoriato da una Guerra Civile in cui le milizie armate hanno costituito uno Stato nello Stato. Eni ha recentemente sottoscritto investimenti per 8 miliardi di euro con il governo libico, sviluppando giacimenti al largo della costa e nuove fonti rinnovabili, al pari di una riduzione delle emissioni di metano e CO2.

La stabilizzazione della Libia è al centro del famigerato Piano Mattei con cui l’Italia Roma vorrebbe pacificare il Nord Africa. Per Roma, occorre risolvere il tema migratorio e ancorare a questa sponda del Mediterraneo la propria sicurezza e transizione energetica, traslando l’asse Est-Ovest che la legava alla Russia verso un nuovo asse Sud-Nord.

La tracimazione della crisi nigerina porta con sé evidenti rischi anche per via della possibilità che nuove ondate migratorie aggravino ulteriormente la situazione in Tunisia. Sono palesi soprusi razziali nei confronti delle comunità sub-sahariane fomentate dalle forze di sicurezza del Presidente Saied. Un Paese trasformatosi in una caldera per via di una crisi politica, economica e sociale. Nelle ultime settimane, la Tunisia è anche al centro dell’iniziativa diplomatica del governo e della stessa Bruxelles.

L’offerta di un pacchetto dal valore da 1 miliardo di euro di aiuti economici a Saied, protagonista di una svolta autoritaria in una delle poche democrazie della regione, richiede proprio la collaborazione di Tunisi volta a rallentare i flussi verso le nostre coste. Un obiettivo che pone il tema dell’utilizzo dei fondi europei da parte delle forze di sicurezza e dei servizi, veri egemoni nello scenario tunisino.

Tra gli interventi economici previsti, spiccano i 300 milioni di euro destinati al progetto dell’interconnettore ELMED che vorrebbe collegare la rete elettrica tunisina a quella italiana, catalizzando nell’Africa settentrionale nuovi investimenti nel settore delle rinnovabili. Il tutto mentre le potenze del Golfo stanno parallelamente espandendo la propria influenza su Tunisi. La finanza verde è proprio uno degli assi di maggior interesse per nazioni come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Le nazioni del Golfo sono tra i principali sostenitori dell’autoritarismo tunisino e non particolarmente sensibili al trattamento dei migranti africani.

La crisi in Niger porta con sé molte criticità per l’Italia e il Piano Mattei. Il consolidamento dei rapporti tra Italia, Unione Europea e partner africani è essenziale per costituire nuove interdipendenze energetiche. Queste sono ritenute necessarie a rafforzare la sicurezza energetica e ad accelerare la transizione. Eppure, l’iniziativa dell’Italia rischia di essere stretta sin da subito nella morsa di una dinamicità del quadro politico africano, dettata da una iper-militarizzazione del Sahel e dai conseguenti fenomeni migratori, e l’evidente staticità delle infrastrutture energetiche che rimangono il cardine portante dell’intero Piano e al centro della diplomazia del governo. L’ennesima dimostrazione che stabili relazioni politiche sono alla base di qualsiasi interdipendenza energetica.


Francesco Sassi è dottore in geopolitica dell’energia presso l’Università di Pisa e analista dei mercati energetici presso Rie-Ricerche Industriali ed Energetiche


Foto: Rawpixel

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