23 Novembre 2023

La guerra Israele-Hamas a un bivio: diplomazia o conflitto energetico in Medio Oriente?

LinkedInTwitterFacebookEmailPrint

La guerra tra Israele ed Hamas è ad un bivio e le implicazioni minacciano nuovamente gli equilibri internazionali e la sicurezza energetica. La geopolitica dell’energia è, ancora una volta, dimensione cruciale per comprendere scenari attuali e futuri.

Tutte le potenze hanno preso posizione, polarizzando ulteriormente i campi. I pochi che in Medio Oriente hanno cercato di rimanere neutrali, ritrovano la loro stessa stabilità interna messa a repentaglio.

Da una parte vi è la prospettiva di un’esile tregua della durata di pochi giorni. Dall’altra, un possibile allargamento del conflitto che metterebbe a soqquadro il delicato equilibrio della sicurezza energetica regionale, con possibili ripercussioni globali.

Guerra ed energia in Medio Oriente: un inevitabile trait d’union?

Sembra ormai fatta per una tregua di alcuni giorni che dovrebbe consentire il rilascio di decine di prigionieri. Da Doha, capitale del Qatar, la notizia è giunta in Israele e Palestina accompagnata da sirene che annunciano nuovi attacchi missilistici. Il tutto mentre le operazioni di terra dell’esercito israeliano (IDF) a Gaza non hanno subito rallentamenti. La tregua è certamente un fatto positivo, ma è chiaro che Israele non abbia né la volontà di interrompere le ostilità contro Hamas, né disponga di una exit strategy alternativa all’occupazione militare di Gaza. Vi è addirittura la possibilità che il gabinetto di guerra, guidato da Benjamin Netanyahu, decida di allargare le operazioni di IDF alla parte Sud della Striscia, dove centinaia di migliaia di civili si sono rifugiati.

A rendere ancor più preoccupante il quadro regionale, i principali Stati adoperatisi per una risoluzione diplomatica – Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e gli stessi Stati Uniti – non hanno a loro disposizione un piano di lungo corso per il post-Hamas nella Striscia di Gaza. La ripresa già annunciata della battaglia al termine della tregua e un suo cronicizzarsi, allarma tutto il mondo.

A Gaza, soltanto 60.000 litri al giorno di carburante hanno servito per settimane oltre 2 milioni di persone, rispondendo al fabbisogno elettrico di ospedali e al trasporto di cibo. L’assenza di combustibile interrompe servizi essenziali come la raccolta e smaltimento dei rifiuti o la purificazione dell’acqua. Ciò ha favorito il diffondersi di infezioni e altre malattie tra civili già stremati e privati dell’approvvigionamento elettrico per scelta strategica di Israele. Le comunicazioni, fondamentali per testimoniare l’andamento dei combattimenti, sono cadute in un blackout totale a causa dell’impossibilità di alimentare i network dei principali operatori locali.

Tra gli aspetti più importanti della tregua negoziata a Doha vi sono nuovi rifornimenti di carburante per Gaza. La stessa decisione è frutto di un travagliato compromesso interno al gabinetto di guerra israeliano. Da una parte vi sono le posizioni degli ultraconservatori, inclini a intensificare l’offensiva e tagliare ogni fornitura, sino a impedire la ventilazione dei tunnel che celano gli arsenali di Hamas. Dall’altra, al richiamo di una moderazione di alcune forze politiche israeliane si aggiungono degli Stati Uniti. Washington infatti invitano ad una de-escalation nel timore di un contagio delle violenze nella West Bank.

Israele e la strategia di potenza gassifera

Nonostante i diffusi timori, i mercati sembrano aver superato le paure iniziali di un’estensione del conflitto. La volatilità dei prezzi del petrolio si è ridotta. Nel mentre, il gas rimane a costi più elevati rispetto al periodo precedente l’inizio delle ostilità. Ma per quali ragioni ciò è avvenuto?

Il Medio Oriente presenta casi studio profondamente significativi nello studio della geopolitica dell’energia. Alcuni paesi sono assai esposti ad un potenziale peggioramento del conflitto, come ad esempio Giordania, Siria e Iraq. La ricerca ha sinora dimostrato come la presenza di risorse energetiche e di infrastrutture di trasporto ed esportazione fa dei paesi destabilizzati da una lotta interna l’oggetto di profondo interesse per la politica estera di altre potenze. Infatti, le nazioni che si approvvigionano attraverso queste infrastrutture si attiveranno per porre un freno all’instabilità. I paesi che invece esportano le medesime risorse, messe a repentaglio da combattimenti, saranno molto più propensi ad interferire. L’obiettivo rimane quello di massimizzare il vantaggio competitivo risultante da limitazioni alla produzione ed esportazione di risorse da parte di un concorrente.

Figura 1: Consumo di energia primaria in Israele (2003-2021)
Fonte: Grafico ad opera dell’autore su dati IEA

Partendo da questo punto di vista, l’odierno bivio raggiunto dalla guerra tra Israele ed Hamas invita a più riflessioni. Innanzitutto, va considerato il ruolo giocato da Israele come crescente potenza gassifera regionale. Su questa risorsa, Israele ha giocato da tempo il proprio futuro e su questa oggi basa oltre un terzo del proprio fabbisogno energetico. Dall’esiguo consumo di inizio millennio, la domanda interna di gas è in continuo aumento (Figura 1).

Il suo utilizzo ha ridotto quello del carbone nel sistema energetico. Per quest’ultimo è previsto un phase-out completo al 2025. Nella strategia di Israele, il gas rappresenta uno strumento chiave per ridurre le emissioni di CO2 e accelerare la decarbonizzazione. Un uso estensivo del gas in diversi settori industriali come petrolchimica, carta, fertilizzanti, plastica e cemento è stato supportato da varie riforme implementate proprio dai governi guidati da Benjamin Netanyahu nel corso degli ultimi 15 anni. Misure introdotte nell’ottica di offrire un vantaggio competitivo all’economia israeliana nei confronti dei competitor europei, dipendenti da costosi approvvigionamenti esteri. Benefici divenuti ancor più marcati dal 2022 in poi.

Diplomazia energetica: una risposta all’insicurezza di Israele

Nel Medio Oriente, sia la produzione che l’esportazione di gas israeliana sono cresciute a ritmi senza pari. Un fattore che ha aperto spazi strategici unici per il paese durante la crisi energetica globale. Un risultato tangibile è stato il raggiungimento dell’accordo trilaterale firmato con UE ed Egitto per l’aumento delle esportazioni congiunte di gas verso il nostro continente. Nella strategia energetica israeliana, la componente economica e di sicurezza interna è tanto rilevante quanto la dimensione internazionale.

Nello sviluppo offshore sono infatti coinvolte diverse majors straniere. Vi è ad esempio la prospettiva di un ingresso dell’emiratina ADNOC nel consorzio del giacimento Leviathan. In conseguenza però della battaglia di Gaza, la partnership energetica tra Emirati Arabi Uniti e Israele è caduta vittima dell’ambiziosa diplomazia degli Accordi di Abramo firmati nel 2020. La cooperazione con compagnie internazionali è fondamentale anche nell’ottica di consentire nuove esplorazioni. È stato a tal fine concluso ad ottobre un quarto round per la concessione di dodici licenze offshore. Queste sono state assegnate a Eni e l’azerbaigiana Socar, a capo di consorzi che coinvolgono rispettivamente la sudcoreana Dana Petroleum e la britannica BP, oltre che altre società israeliane. Esplorazioni da cui, per via degli scontri, è logico attendersi ritardi.

Nel 2022, i giacimenti di Tamar, Leviathan e Karish (Figura 2) rispondono all’intero consumo interno di gas in Israele, pari a poco meno di 13 miliardi di metri cubi (mmc). Gli stessi campi hanno consentito di esportare verso i mercati di Egitto e Giordania oltre 9 mmc (Figura 3). La linea guida scelta dal governo israeliano per lo sfruttamento dei propri giacimenti è quella di destinare una quota del 60% ai consumi interni. Soltanto il restante 40% può essere commercializzata con l’estero.

Una norma che, alla luce dell’accordo sottoscritto con l’Egitto nell’agosto scorso per accrescere le esportazioni dal giacimento di Tamar, portò a critiche da parte delle stesse istituzioni israeliane. I rischi, secondo alcuni, sarebbero stati quelli di un peggioramento della sicurezza energetica nazionale. Ancor prima degli eventi del 7 ottobre dunque, le maggiori entrate statali e il rafforzamento dei legami bilaterali con il Cairo non erano, almeno per parte dell’establishment, motivi sufficienti per nuove esportazioni.

Pare quindi lecito domandarsi come, arrivati a questo bivio, la guerra tra Israele e Hamas abbia modificato lo scenario di sicurezza energetica di Israele. Ciò anche rispetto a quei progetti approvati dal Ministero dell’Energia per la costruzione del gasdotto Nitzana tra Israele ed Egitto e l’aumento della capacità dell’interconnettore con la Giordania. In egual misura, occorrerà verificare come Chevron e i partner intendano procedere con la ‘decisione finale di investimento’ per la costruzione di un terzo gasdotto che aumenti a 14 mmc/annui la produzione di Leviathan o la costruzione di una piattaforma flottante per l’esportazione di GNL dallo stesso.

Figura 2: Principali giacimenti e infrastrutture gassifere di Israele
Fonte: Cedigaz
Figura 3: Distribuzione degli utilizzi finali di gas per marcati di destinazione (2018-22)
Fonte: Ministero dell’Energia di Israele

Giunti a questo bivio, la collaborazione con l’Egitto rimane imprescindibile per una risoluzione della guerra tra Israele e Gaza. Nonostante le critiche per la campagna di bombardamenti intrapresa da Israele dopo il 7 ottobre, le diplomazie dei paesi rimangono in stretto contatto. I canali secondari del Cairo consentono infatti di contenere al massimo il rischio di un incontrollato afflusso di profughi palestinesi verso il Sinai, dove sono attivi gruppi dell’Islam radicale. Nel frattempo, il paese è attraversato da una crisi economica e finanziaria senza precedenti. A poche settimane dalle elezioni che, senza credibili sfidanti alla leadership, dovrebbero riconfermare Al-Sisi, l’indebolito regime si è visto costretto a consentire manifestazioni di protesta contro l’intervento armato israeliano a Gaza. Nientedimeno, il governo ha dovuto rinnegare pubblicamente la possibilità di ricevere aiuti economici da Israele in cambio dell’apertura dei confini con Gaza.

Le implicazioni globali delle interdipendenze energetiche regionali

L’avvicinamento diplomatico tra Israele ed Egitto è una manifestazione eclatante della forza delle interdipendenze gassifere. Dopo il 7 ottobre scorso, per oltre un mese le forniture di gas all’Egitto attraverso il gasdotto East Mediterranean Gas (EMG) si sono interrotte, per poi riprendere nei giorni in cui IDF si assicurava il controllo del Porto di Gaza. La produzione del giacimento Tamar, corrispondente a circa il 40% di quella nazionale. Anch’essa è stata fermata e poi riattivata su ordine del governo israeliano, assestandosi poi su volumi inferiori al periodo precedente lo scontro armato. La vicinanza delle infrastrutture alla Striscia di Gaza e il timore di ritorsioni da parte di Hamas hanno quindi fatto emergere la vulnerabilità strutturale della strategia israeliana di divenire una potenza energetica regionale.

Di fronte a un pericolo evidente per la propria sicurezza energetica, il gabinetto di guerra non ha esitato a privilegiare gli interessi nazionali. Israele ha così dirottando la produzione di Leviathan e Karish verso i consumatori interni, riducendo al contempo le forniture all’Egitto a quantità inferiori rispetto quelle contrattualizzate. Volumi transitati attraverso la Arab Gas Pipeline (AGP) e la Giordania, paese attualmente dipendente al 100% dalle importazioni di gas israeliano. Segno dei tempi e dei mutati equilibri, il gasdotto AGP ha storicamente visto l’Egitto esportare gas verso i paesi vicini. In seguito alla Rivoluzione del 2011, i ripetuti attacchi terroristici all’infrastruttura e la ridotta capacità produttiva dei giacimenti egiziani, il Cairo ha accresciuto la propria dipendenza dalle forniture di gas da Israele.

Paradossalmente, l’anello più debole dello scenario di sicurezza energetica regionale è rappresentato proprio dall’Egitto, ancor più di Israele stesso. Il Cairo ha perciò subito l’impatto energetico maggiore derivato dalle implicazioni geopolitiche dei combattimenti tra IDF e Hamas. Dopo aver ridotto la produzione di fertilizzanti, pressoché azzerato le esportazioni di GNL verso i paesi UE e vedendosi addirittura forzato a importare un cargo a inizio novembre, l’export di GNL sembrerebbe ora in fase di timida ripresa. Sia l’export di gas che di fertilizzanti rappresentano risorse insostituibili per la fragile economia egiziana. Una rinuncia di lungo corso causata dalla guerra tra Israele ed Hamas metterebbe a repentaglio la stessa stabilità economica del paese. Questo dato aiuta quindi a comprendere come sia Egitto che Giordania abbiano assunto una posizione conciliatoria e, con la propria sicurezza energetica minacciata dal conflitto, supportino entrambi una soluzione diplomatica.

A chi gioverebbe l’insicurezza energetica di Israele?

Chi, invece, potrebbe guadagnare dall’aggravare l’impatto energetico tra i duellanti? Le forze che fanno parte del cosiddetto “Asse di resistenza” coordinato dall’Iran e che si estende dalle milizie sciite in Siria e Iraq ai ribelli Houthi nello Yemen, per non parlare di Hetzbollah, sono le principali indiziate.

Mentre l’attrito tra Israele e Stati Uniti, da una parte, e Iran, dall’altra, è da decenni asse di polarizzazione regionale, la questione energetica è particolarmente saliente per anticipare possibili scenari.

Al momento, un coinvolgimento diretto dell’Iran appare inverosimile. Eppure, attacchi alle forze americane in Iraq e Siria si stanno susseguendo con sempre maggiore frequenza. La dichiarazione di guerra delle forze Houthi a Israele e il recente sequestro di una nave container affiliata ad una compagnia israeliana sono i primi tasselli di un’escalation latente. Gli eventi mettono in risalto la facilità con cui queste forze possono colpire separatamente ma con un obiettivi strategici ben coordinati.

Allo stesso modo, questi avvenimenti riportano in auge la strategicità degli snodi marittimi per i commerci energetici. Attraverso il Canale di Suez e lo Stretto di Bab el-Mandem passano settimanalmente diverse decine di petroliere e metaniere (Figura 4). Altri sequestri in queste aree o impedimenti di altra natura ai traffici avrebbero conseguenze globali.

Figura : I chokepoints dei commerci energetici del Medio Oriente
Fonte: Energy information administration

Oggi ad un bivio, i rischi più rilevanti di un’estensione della guerra tra Israele e Hamas ad altri contendenti e per la stessa sicurezza energetica regionale arrivano dal fronte Nord. Qui Hetzbollah ha impegnato da settimane le truppe israeliane in continui scambi di artiglieria. L’organizzazione possiede vettori balistici altamente più sofisticati di quelli in dotazione ad Hamas e sono in grado di colpire pressoché qualsiasi bersaglio sul territorio israeliano, incluse le piattaforme produttive di Leviathan e Karish. Quest’ultimo giacimento era già stato obiettivo l’estate scorsa di attacchi, poi sventati, da parte di droni guidati da Hetzbollah.

L’accordo del 2022 per la demarcazione delle zone marittime esclusive tra Libano e Israele, mediato dagli Stati Uniti, e che consente ad entrambi di sfruttare le riserve di gas presenti a Karish e in altri campi, sembra oggi quanto mai mai fragile. Ciò anche per effetto degli scarsi risultati delle esplorazioni portate avanti da Eni, TotalEnergies e QatarEnergy nella sezione libanese e recentemente completate senza successo.

Il leader Hassan Nasrallah, ha suggerito che Hetzbollah non intende entrare direttamente in guerra e la fazione politica rispetterà la tregua di Doha. Scaduti i termini concordati, ha affermato il capo della diplomazia di Teheran, il riaccendersi degli scontri porterebbe ad un coinvolgimento di altri attori nella guerra. In tale scenario, la sicurezza energetica di Israele diverrebbe un obiettivo strategico primario innanzitutto per Hetzbollah che, senza necessariamente coinvolgere direttamente l’Iran, aprirebbe ad una nuova fase delle ostilità densa incognite per l’intero Medio Oriente.


Francesco Sassi è dottore in geopolitica dell’energia presso l’Università di Pisa e analista dei mercati energetici presso Rie-Ricerche Industriali ed Energetiche


La rubrica di Geopolitica dell’energia è realizzata con il supporto di Assofond


Potrebbero interessarti anche:

Foto: Ted Eytan

0 Commenti

Nessun commento presente.


Login