27 Novembre 2023

Le politiche climatiche funzionano?

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Le politiche climatiche funzionano? 31 anni dopo la Conferenza di Rio che ha segnato l’inizio dell’azione climatica è innegabile che progressi vi siano stati, ma altrettanto che siano assolutamente insufficienti. Sempre più necessario è riflettere su cosa abbia e non abbia funzionato e individuare i driver reali che muovono la transizione. A pochi giorni dall’inizio di COP28 presentiamo l’ampia analisi quantitativa di Di Giulio e Migliavacca pubblicata su ENERGIA 3.23 che ne indaga le performance.

Appellata con aggettivi quali “inevitabile” e “inarrestabile”, la transizione energetica viene ormai ritenuto un processo ampiamente in atto. Eppure, non sono poche le questioni che rischiano di offuscare un quadro così limpido e lineare. A partire dalla quota delle fonti fossili, che resta sostanzialmente invariata a fronte di un continuo aumento dei consumi. Tanto che le emissioni continuano imperterrite a crescere.

Più che lodare i timidi progressi che si vanno compiendo (gli attuali Nationally Determined Contributions potrebbero ridurre le emissioni al 2030 vs 2019 di appena il 10% contro il 43% raccomandato dall’IPCC), è necessario interrogarsi su cosa ostacola un percorso necessario da compiere in tempi estremamente brevi.

Come scrive Daniel Yergin, “mentre il consenso globale sulla transizione energetica diventa più forte, anche le sfide stanno diventando più chiare”. 4 ne individua nel suo articolo sull’ultimo numero di ENERGIA, “Nessuna di queste è di facile risoluzione. Inoltre, interagendo tra loro, ne aggraveranno reciprocamente gli impatti. Ma riconoscerle promuove una comprensione più profonda delle questioni e di ciò che è necessario per cercare di raggiungere la transizione energetica”.

Per la prima volta nella Storia del genere umano, si assume che il policy maker sia in grado di sterzare (e in tempi brevi) la macchina dell’economia mondiale

Tra queste – sicurezza energeticapotenziali perturbazioni macroeconomiche, divario Nord-Sud, estrazione e filiera mineraria – non ve ne figura tuttavia una di estrema rilevanza e che emerge dall’importante saggio che Enzo Di Giulio e Stefania Migliavacca propongono sempre sullo stesso numero di ENERGIA: le politiche climatiche funzionano?

“L’assunzione implicita della transizione energetica è che le policy possano deviare l’andamento delle emissioni orientandolo verso il basso e così risolvere il problema del cambiamento climatico”.

Nel loro articolo Di Giulio e Migliavacca propongono un’ampia analisi quantitativa che investiga l’andamento negli ultimi trent’anni di alcune variabili principali nella questione climatica (identità di Kaya, emissioni totali, pro-capite e per unità di PIL, l’intensità energetica, l’intensità carbonica dell’energia consumata) per paesi e aree significative (mondo, G7, BRICS; Cina, India, Unione Europea, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia). Un focus particolare è dedicato al settore elettrico.

C’è qualcosa che non va se l’area più attiva performa meno bene di altre

Due gli scopi: primo, “poiché le variabili citate sono espressione anche delle policy adottate dai diversi paesi, il loro andamento rivelerà il grado di impegno delle aree”; secondo, “riflettere sull’effettivo potere delle policy: ciò verrà fatto confrontando le performance dell’area più proattiva nel contesto delle politiche climatiche, ovvero l’Unione Europea, con quelle delle altre aree”.

“Le policy – concludono gli Autori – non stanno funzionando e non ci stanno affatto avvicinando al target net zero”. A partire da quella europea la cui performance, a guardare i dati, non è migliore né di quella cinese né di quella americana. Quelli relativi al settore elettrico dimostrano che il suo processo di decarbonizzazione è più celere negli Stati Uniti rispetto all’Europa, che pur vanta, a suo dire, una posizione di leadership nella lotta ai cambiamenti climatici, con impiego di grandi masse di denaro a fronte però di risultati meno positivi rispetto ad altri paesi.

È possibile per un centometrista qualsiasi darsi come obiettivo i tempi di Bolt e raggiungerli per il semplice fatto che, con razionalità, si è disegnata una roadmap che definisce tempi, allenamenti e strategie?

Il primo paragrafo (1. Cosa ci insegnano le transizioni?) propone una review della “sebbene non vasta” letteratura sulla transizione energetica al fine di farne emergere spunti interessanti: dai tempi, che “tendono ad essere lunghi ma decrescenti”, agli investimenti negli usi finali di energia, “che hanno maggior peso di quelli sul lato dell’offerta”, al fatto che gli early adopters incorrono in transizioni più lunghe e ed elevati sunk costs rispetto ai late adopters, e così via.

Nel paragrafo net zero tra decarbonizzazione ed efficienza (2) entrano nel vivo dell’analisi quantitativa. “Con il supporto dei dati, possiamo analizzare nel dettaglio come i quattro fattori della Kaya Identity stiano guidando le emissioni nel tempo e quale tra essi sia più influente”.

Le politiche climatiche funzionano?

“Come vedremo analizzando alcuni dettagli regionali, la decarbonizzazione rimane quasi ovunque la Cenerentola della transizione: la crescita del reddito viene solo parzialmente compensata da una maggiore efficienza nell’uso dell’energia, mentre il contributo dell’intensità carbonica, negli ultimi 30 anni, è quasi sempre trascurabile”.

Nel contesto della valutazione delle policy, più che la fotografia (il livello assoluto) conta il film (il tasso di variazione)

Nel paragrafo 3 che dà il nome all’articolo gli Autori cercano di comprendere, attraverso la lettura dei dati, se le politiche climatiche funzionano. E lo fanno ampliando lo spettro dell’analisi e “considerando un campione più ampio di paesi o gruppi di paesi, affiancando, ai primi tre già esaminati, i dati a livello globale, i paesi del G7 come rappresentanti dei paesi ad alto reddito, i BRICS come esempio di paesi emergenti, e infine l’India, che spesso viene affiancata alla Cina ma dal punto di vista delle politiche energetiche è una realtà per molti versi differente”.

Le politiche climatiche funzionano?

“Riteniamo che questi dati siano di estremo interesse perché mostrano almeno due cose: non è vero che i paesi ricchi stanno decarbonizzando le proprie economie più di quelli emergenti. (…) Il secondo elemento di interesse è l’esatta uguaglianza di performance tra Unione Europea e Stati Uniti (…). Qual è il vero potere delle policy climatiche se i dati non mostrano un progresso maggiore nella decarbonizzazione dell’economia associato a policy – o forse sarebbe meglio dire dichiarazioni di policy – più aggressive?”

3 le risposte ipotizzabili:

  • “le policy climatiche non possono molto e i dati ce lo dicono”;
  • “l’UE non performa meglio degli USA, e il G7 dei BRICS, perché il livello di partenza è molto diverso”;
  • “la vision e la retorica del policy maker non bastano: non sono le policy ad essere deboli ma la loro realizzazione nella viscosità dell’economia, il nostro impegno e la nostra dedizione a una causa straordinariamente complessa”.

Nei paesi ricchi, che hanno dichiarato obiettivi di riduzione delle emissioni più sfidanti, l’elettricità non sta penetrando nei consumi finali

Nel quarto paragrafo gli Autori affrontano la doppia sfida dell’elettrico: decarbonizzazione e penetrazione. “due domande, che sono due facce della stessa medaglia: la prima, in che misura l’elettricità generata si va decarbonizzando? La seconda, in che misura l’elettricità sta penetrando nei consumi finali?”

Nelle conclusioni (5. L’astenia delle policy: che fare?) Di Giulio e Migliavacca ripercorrono i (6) principali punti che emergono dall’analisi dei dati, ad esempio che “Tutte le aree esperiscono decrementi dell’intensità energetica (…) Purtroppo, sul piano dell’intensità carbonica dell’energia non si manifestano miglioramenti di ampiezza comparabile”.

Vengono poi proposte ulteriori (5) considerazioni a quelle già avanzate nel corso dell’articolo, come “i consumi sono destinati naturalmente a crescere, perché saremo di più e avremo bisogno di volumi di energia maggiori”.

 Siamo in un cul de sac senza uscita?

Infine, gli Autori propongono 6 ragioni per rispondere negativamente alla domanda “Dovremmo abdicare alle policy e alla transizione stessa perché il volante che la dovrebbe guidare non è nelle nostre mani o forse, addirittura, non esiste?” partendo dal fatto che “rispetto alle conseguenze del riscaldamento globale, ogni decimo di grado fa una enorme differenza. Perciò accertare che l’obiettivo di 1,5° è irraggiungibile nei tempi previsti non può essere motivo di abbandono tout court delle strategie di mitigazione ancora possibili”.

O ancora, con riferimento alla CCUS (Carbon Capture Utilization & Storage), DAC (Direct Air Capture) e altre tecnologie, che “nessuna opzione tecnologica deve essere esclusa. Farlo sulla base di un approccio command & control che dall’alto definisce standard ambientali e/o tecnologici rigidi è errato, come da anni ormai la teoria economica ha mostrato”.

Un’ultima riflessione è infine dedicata all’Europa: “il fallimento nella realizzazione di roadmap irrealistiche avrebbe riverberi profondamente negativi sulla fiducia e sulla motivazione degli altri paesi che guardano con attenzione gli sviluppi dell’area geografica che ha dichiarato il suo «man on the moon moment»”.

Il suo “verticismo di policy è poco utile. Il regolatore dovrebbe essere sempre conscio dei numeri, dei tempi e dei volumi in gioco, dell’impatto stesso della propria azione, evitando di arroccarsi su rigidità ideologiche che congetturano rivoluzioni tecnicamente e socialmente impossibili da realizzare in una manciata di anni”.

Le politiche guidano la transizione energetica meno di quel che si crede, eppure vanno pesando sempre più sulle tasche dei consumatori così come sui conti delle imprese

Una bocciatura della via finora privilegiata dall’Europa che si ricollega all’editoriale proposto da Alberto Clò in questo numero di ENERGIA, nel quale osserva come la bulimia normativa di costose politiche climatiche imposta dall’attuale Commissione stia contribuendo ad alimentare un vento di destra che potrebbe causare una forte discontinuità, sebbene sia difficile valutare se i rischi siano maggiori dei benefici.

“Le politiche sinora seguite hanno contato poco nella transizione energetica, che la storia insegna essere influenzata soprattutto dalle forze dell’economia, della convenienza, della tecnologia. In una parola: del mercato”. L’analisi di Di Giulio e Migliavacca, scrive il direttore di ENERGIA, “dovrebbe portare a riflettere criticamente sugli strumenti di cui sinora esse si sono avvalse e sulla possibilità di conseguire in tempi brevi obiettivi sempre più ambiziosi. Ed è quello che si appresteranno a fare i consumatori-elettori europei in vista della scadenza elettorale del giugno 2024.”


Il post presenta l’articolo di Enzo Di Giulio e Stefania Migliavacca Le politiche climatiche funzionano? Pubblicato su ENERGIA 3.23 (pp. 14-27)

Enzo Di Giulio, Eni Corporate University e comitato scientifico ENERGIA

Stefania Migliavacca, Eni Corporate University


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