14 Dicembre 2023

La curiosa scelta di Baku per COP29

LinkedInTwitterFacebookEmailPrint

Mentre la discussione rimane accesissima sulla COP28 di Dubai, occorre affrontare la scelta, per certi versi stupefacente, di Baku per la prossima COP29. La nomina dell’Azerbaijan come paese ospitante è il risultato di un intricato gioco di veti e contro veti, diplomazie e interessi di parte. Dietro il tutto, il ruolo primario dei paesi dell’Europa orientale.

Luci e ombre di COP28 sono oggi discusse da pressoché tutti i media internazionali, con posizione opposte tra loro sui risultati dell’evento che ha attirato il numero record di 84.000 partecipanti. Per un commento più approfondito riguardo gli esiti controversi di COP28 rimando all’ottima analisi di Enzo di Giulio.

La decisione di tenere a Baku la COP29 ha poco a che fare con le politiche climatiche e molto di più con le relazioni internazionali. Un fatto politico dalle profonde implicazioni. Innanzitutto, l’Azerbaijan rappresenta un produttore di grande rilevanza sia di petrolio sia di gas naturale e il paese si può considerare come la culla dell’industria degli idrocarburi.

Lo svolgersi della conferenza in un paese produttore di fonti fossili, e per di più presieduta da un esponente dell’industria di primo peso come Sultan Al Jaber, ha attirato a sé diverse critiche. Ciò era già accaduto l’anno scorso per COP27 in Egitto, eppure oggi il coinvolgimento dell’industria degli idrocarburi ha consentito alla diplomazia emiratina di raggiungere un accordo che per la prima volta annuncia, tra molte contraddizioni, un futuro lontano dalle fonti fossili. Oggi nulla si sa su come Baku intenderà porsi come mediatore tra le parti in causa, o come la questione dei dissidenti interni e della limitatissima libertà di stampa verrà affrontata da qui a novembre 2024.

L’Azerbaijan arriva a ospitare COP29 dopo essersi ritagliato un ruolo di crescente rilievo sulla scena internazionale

L’Azerbaijan arriva a ospitare COP29 dopo essersi ritagliato un ruolo di crescente rilievo sulla scena internazionale. Non limitandosi all’influenza nel Caucaso, il paese guidato da Ilham Alyiev è infatti il perno orientale di un asse panturco, un blocco indissolubile sotto l’insegna del “Due paesi, una Nazione” creato con la Turchia. Un concetto ripetuto con estrema solerzia ad ogni vertice bilaterale e che si concretizza nei meeting con le diplomazie europee, in cui Baku supporta esplicitamente le rivendicazioni turche nelle acque mediterranee. I rapporti tra i due alleati non sono mai stati così stretti, anche in conseguenza dell’appoggio diplomatico e militare che Ankara ha dato a Baku nel vittorioso conflitto con l’Armenia del 2020.

Una guerra che ha visto Mosca mediare una partita con le mani legate, vista l’evidente superiorità azera sul campo e a livello diplomatico. Non pago del risultato ottenuto tre anni fa, l’Azerbaijan ha definitivamente risolto nel settembre del 2023 la lunga contesa del Nagorno-Karabakh. Al momento di issare definitivamente la bandiera azera nella capitale Khankendi, conosciuta dalla comunità armena come Stepanakert, Alyiev ed Erdogan erano presenti. Accumunati da fruttuosi business famigliari nella ricostruzione delle infrastrutture chiave del Nagorno-Karabakh, i due hanno suggellato per l’ennesima volta un’alleanza la cui stabilità consente la connessione dei mercati energetici europei al Bacino caspico.

La blitzkrieg di settembre, durata pochi giorni, ha provocato un esodo in massa di quasi 140.000 persone, la popolazione media di un capoluogo del Centro-Nord. Un quarto della popolazione fuggita in fretta e furia è rappresentato da bambini, donne incinte, persone con disabilità o affette da cronici problemi di salute. Il Parlamento europeo ha bollato l’intervento armato azero come “pulizia etnica” e lo stesso ha richiesto una revisione completa delle relazioni con Baku.

Il gas del Caspio verso l’UE

Tra le misure di ritorsione previste contro l’Azerbaijan vi sono sia la sospensione del Memorandum d’intesa firmato da Usrula von der Leyen e il Presidente azero Alyiev a luglio del 2022, un accordo che prevede il raddoppio delle importazioni di gas attraverso il Southern Gas Corridor e che rientra nella strategia europea di diversificazione dalle importazioni di gas russo, ma anche il completo stop a qualsiasi import di petrolio e gas dall’Azerbaijan e verso l’UE. Un risultato che avrebbe effetti immediati per l’economia italiana, visto che l’Azerbaijan è oggi il secondo paese per volume di gas importato dopo l’Algeria, attraverso il gasdotto TAP.

Il network di gasdotti che compongono il Southern Gas Corridor
Fonte: Southern Gas Corridor

Mentre la Russia ha esplicitamente riconosciuto l’annessione del Nagorno-Karabakh come fatto compiuto, le autorità comunitarie, in partnership con gli Stati Uniti, hanno appoggiato le rivendicazioni armene, condannando un’escalation che Baku potrebbe allargare nell’immediato futuro al controllo del Corridoio di Zangzeur. Questo lembo di terra consentirebbe la connessione di fatto del Mar Caspio a quello del Mar Nero, una rotta prediletta nei commerci tra la Cina e l’UE. Un esito che deve assolutamente essere prevenuto per mantenere una parvenza di credibilità da parte della diplomazia europea nella regione del Caucaso.

La serie di eventi che hanno destabilizzato i rapporti tra UE e Azerbaijan nel corso degli ultimi tre anni non pare comunque aver compromesso la partnership energetica e gassifera. Durante COP28, la Commissaria europea Simson e il Ministro dell’energia azero Shahbazov hanno discusso dell’aumento dei flussi di gas tra Azerbaijan ed Europa, ma anche nuovi investimenti nelle rinnovabili e del cosiddetto Green Energy Corridor per l’importazione di energia rinnovabile e idrogeno. L’Azerbaijan è infatti la meta di nuovi investimenti internazionali sia nel solare che nell’eolico, ambito in cui la collaborazione con l’emiratina Masdar e la saudita ACWA Power emerge in maniera prominente.

Quale Europa a COP29?

Sullo sfondo, Stati Membri dell’UE tra cui Romania, Ungheria, Bulgaria e Slovacchia hanno stretto negli ultimi mesi nuovi accordi per l’importazione di gas naturale con l’Azerbaijan. La stessa Commissione ha anche supervisionato la firma di un accordo per la realizzazione di un mastodontico elettrodotto dalla lunghezza di 1.200 km che, attraversando il Mar Nero, dovrebbe portare molecole verdi dal Caucaso e dal Mar Caspio ai mercati dell’Europa orientale. Il tutto, ovviamente, sotto l’egida del binomio di sicurezza e transizione energetica e della diversificazione delle importazioni dalla Russia come conseguenza dell’invasione dell’Ucraina di febbraio 2022.

Non stupirà il lettore dunque sapere che la scelta di Baku come sede di COP29 sia ricaduta nelle stesse mani degli Stati UE dell’Europa orientale che, per via di veti incrociati con la Federazione Russa, hanno dovuto scegliere un partner terzo e interessato ad ospitare il Summit. Una decisione che ha richiesto anche il supporto dell’Armenia e sancita dallo scambio di prigionieri di guerra tra le due parti.

Pur sostenendo un costoso processo di decarbonizzazione interna, l’UE rischia di trattare erroneamente energia, clima e politica internazionale come materie tra sé scollegate, tralasciando la tutela di altri valori imprescindibili per una transizione “giusta, ordinata ed equa” dalle fonti fossili. Nel frattempo, è ragionevole aspettarsi che nel Caucaso le armi saranno deposte per creare un clima più consono ad ospitare il gotha della diplomazia climatica mondiale a Baku nel 2024.


Francesco Sassi è dottore in geopolitica dell’energia presso l’Università di Pisa e analista dei mercati energetici presso Rie-Ricerche Industriali ed Energetiche


Foto: Unsplash

0 Commenti

Nessun commento presente.


Login