5 Dicembre 2023

Petrolio: un bicchiere mezzo vuoto

LinkedInTwitterFacebookEmailPrint

Guerre, sanzioni, tagli all’offerta, transizione energetica. Le dinamiche recenti farebbero presupporre un prezzo del petrolio in rialzo verso quota 100 dollari. E invece già da metà novembre è iniziato un trend ribassista che lo ha portato a toccare i 76 dollari al barile. Le ragioni risiedono nel pessimismo che pervade i mercati petroliferi.

Immaginiamo di essere appena rientrati da un altro pianeta, o da una lunga vacanza in un paradiso tropicale. Leggiamo di interventi militari in Medio Oriente, di sanzioni contro le esportazioni di greggio e prodotti petroliferi dalla Russia, di domanda di petrolio e derivati in crescita verso nuovi massimi storici, di forti pressioni politiche per abbandonare le troppo dannose e inquinanti fonti fossili a favore di tecnologie più sostenibili, e di nuovi inattesi tagli alla produzione dell’OPEC+: ben 2.2 milioni di barili al giorno in meno rispetto al target di produzione. Ci aspettiamo quindi un petrolio in rialzo verso quota 100 dollari, giusto?

No, sbagliato. Già a metà novembre il petrolio Brent aveva ritestato i minimi da inizio luglio, toccando i 76 dollari al barile. Fra il 30 novembre, giorno in cui si è tenuto il meeting OPEC+, e il 1° dicembre, il Brent è rapidamente passato da quasi 85 dollari a meno di 79 dollari al barile. All’apertura delle contrattazioni il lunedì successivo, il prezzo ha continuato a scendere. Infatti, il pessimismo prevale sui mercati petroliferi perché tutti i fattori elencati in precedenza, tradizionalmente rialzisti, sono oggi molto meno bullish di quanto possa sembrare sulla carta. Il diavolo è nei dettagli.

Partiamo dall’ultimo meeting OPEC+. Il comunicato ufficiale specifica che i tagli, seppur ingenti, sono però volontari, non riguardano tutti i Paesi produttori ma interessano solo una manciata di membri (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman), e ricomprendono interventi già in essere (circa 1,5 dei 2,2 milioni di barili al giorno rappresentano semplicemente una breve estensione temporale di tagli già annunciati mesi fa, e attualmente in vigore).

Il diavolo è nei dettagli: l’offerta, tra reale portata dei tagli e incrementi di capacità produttiva

Inoltre, queste nuove riduzioni saranno implementate solo sino a marzo 2024, lasciando ampia incertezza su quanto potrà accadere prima del prossimo meeting ministeriale OPEC+ previsto a inizio giugno, e il comunicato stampa dell’OPEC specifica chiaramente che “al fine di preservare la stabilità del mercato, questi tagli volontari saranno gradualmente riassorbiti, compatibilmente con le condizioni di mercato”.

La sensazione di gran parte degli analisti è che la coesione interna l’OPEC+ si sia notevolmente indebolita negli ultimi mesi, compromettendo l’incisività delle politiche del gruppo proprio in una fase di mercato in cui il rallentamento economico richiederebbe un controllo più efficace della produzione.

Guardiamo ora i fondamentali. Considerando l’offerta, sinora le tensioni in Medio Oriente non hanno portato a riduzioni delle esportazioni né a gravi distorsioni dei transiti commerciali, e il premio al rischio geopolitico si è ridotto dopo lo spike di inizio ottobre perché sembra che il conflitto fra Israele e Hamas possa mantenersi strettamente locale, con limitate conseguenze per il mondo oil.

Anzi, nel corso del 2024 l’offerta da alcuni importanti produttori quali Iraq, Emirati Arabi e Venezuela potrebbe rivelarsi superiore al previsto per i recenti incrementi di capacità produttiva e commerciale di cui beneficiano i due produttori mediorientali e l’allentamento delle sanzioni americane contro la repubblica latino-americana.

Al contrario, le sanzioni contro la Russia sono state sinora efficaci nel contribuire al calo della produzione russa registrato da inizio anno. Tuttavia, questa riduzione non è stata sufficiente per impedire al mercato mondiale di mantenersi mediamente in surplus nel corso del 2023 grazie alla forte crescita dell’offerta non-OPEC, guidata dagli Stati Uniti.

La domanda, verso un nuovo, ma più flebile, record

Considerando la domanda, i consumi mondiali di greggio dovrebbe effettivamente crescere e raggiungere nuovi record nel 2024, ma dato il rallentamento economico in atto, aumenta la perplessità che la crescita possa essere davvero tanto robusta quanto ipotizzato anche solo poche settimane fa e si intensificano i rischi di revisioni al ribasso.

Date queste dinamiche di domanda e offerta, al momento le ultime stime ufficiali pubblicate da importanti previsori quali U.S. Energy Information Administration (EIA) e International Energy Agency (IEA) indicano che il mercato mondiale del greggio potrebbe registrare un modesto surplus sia nel 4° trimestre 2023 (l’EIA stima un eccesso di offerta di circa 0,2 milioni di barili al giorno) che in media nel 2024 (l’EIA stima appena 0,1 milioni di barili al giorno in media nel corso dell’anno). Probabilmente, considerando i tagli addizionali dell’OPEC+ che saranno in vigore nel 1° trimestre, il mercato potrebbe mantenersi vicino all’equilibrio nel corso del prossimo anno.

Preoccupa tuttavia la rapidità e l’ampiezza del recente deterioramento delle stime sui fondamentali, con le revisioni più negative concentrate sul breve termine. Infatti, solo pochi mesi fa, a settembre, ci si attendeva un deficit nel 4° trimestre, non un leggero surplus.

Vale la pena sottolineare che le stime esibivano un’insolita dispersione, oscillando in una ampia forchetta. I previsori più conservativi prevedevano un deficit di appena 0,2 mb/g, ma altri prevedevano addirittura un ammanco di 3,2 mb/g, il più grave da 16 anni, quando il super-ciclo guidato dalla Cina stava per implodere. Inoltre, dato lo sfidante contesto macroeconomico che stiamo affrontando, temiamo che i prossimi outlook mensili conterranno ulteriori revisioni negative dei fondamentali.

Quali implicazioni su prezzi di greggio e prodotti?

Che implicazioni avrà tutto ciò sui prezzi di greggio e prodotti? A nostro avviso, nel 2024 potrebbero prevalere rischi al ribasso sui prezzi di greggio e prodotti petroliferi, alimentati da un sentimento di mercato negativo e da uno scenario macroeconomico complesso. La volatilità dovrebbe mantenersi elevata per la vulnerabilità del settore a sorprese macroeconomiche e rischi geopolitici.

Al momento riteniamo che il Brent possa ancora mantenersi per la maggior parte del tempo all’interno dell’attuale trading range compreso fra i 68 dollari al barile (a nostro avviso, un forte livello di supporto) e i 98 dollari (una forte resistenza), probabilmente registrando una media di circa 80 dollari nel corso dell’anno. Tuttavia, nei prossimi mesi riteniamo più probabile che il Brent scambi nella parte bassa di questo range. Per quanto riguarda i prodotti petroliferi, ci attendiamo una sottoperformance di questi ultimi rispetto al greggio, soprattutto marcata per i prodotti più pesanti e meno pregiati, in quanto maggiormente esposti ai rischi di rallentamento ciclico.


Daniela Corsini è Senior Economist – Commodities, Direzione Studi e Ricerche, Intesa Sanpaolo


Foto: Unsplash

0 Commenti

Nessun commento presente.


Login