15 Marzo 2024

Alberto Clò presenta ENERGIA 1.24

LinkedInTwitterFacebookEmailPrint

La presentazione integrale del numero 1.24 della rivista trimestrale ENERGIA a firma del direttore Alberto Clò.

Controllare i controllori

Sottoporre le Autorità di regolazione a «revisione critica» è utile, necessario, doveroso(1). Per più ragioni: perché sulla «rendicontazione» (accountability) poggia la legittimità democratica di istituzioni non elette; perché l’unico metro di valutazione del loro operato non può che essere la capacità di adottare le soluzioni più efficaci, più tempestive, più accurate; perché solo da una piena «rendicontazione» può dimostrarsi quella «piena autonomia» e «indipendenza di giudizio» che la legge impone come prerogativa e condizione del loro operato. Condividere l’utilità di una «revisione» comporta però il doverne contestualmente sottolineare le non lievi ragioni di difficoltà. È l’obiettivo dell’articolo di chi scrive insieme a Gian Paolo Repetto sull’attività dell’Autorità di regolazione nel settore del metano nel recente passato. Ne emerge come talune sue decisioni abbiano prodotto danni non lievi, comportando un sovraccosto per i consumatori che poteva evitarsi se si fossero seguite le indicazioni della legge: a partire dal fissare i prezzi finali del metano facendo riferimento anche ai suoi «costi effettivi» anziché alle sole quotazioni spot di carattere finanziario, cancellando ogni riferimento ai prezzi contenuti nei contratti a lungo termine del gas. Decisioni adottate dall’Autorità capovolgendo posizioni precedentemente assunte, senza fornirne adeguata e competente motivazione. Dal che la conclusione che sarebbe opportuno aprire una riflessione sulle modalità operative dell’Autorità di regolazione, su chi debba controllare il «controllore», come sarebbe stato necessario fare riguardo ai criteri di fissazione dei prezzi del metano. Attiguo al caso del gas è quello dell’energia elettrica, ove la telenovela dei prezzi tutelati iniziata nel 2007 come strumento «transitorio» è volta finalmente al termine. Grande il godimento di chi ha sempre ritenuto che la maggior tutela dei prezzi non tutelasse affatto i consumatori rispetto alla concorrenza di mercato(2). Specie a seguito dell’esito delle aste che hanno allocato le forniture di 4,5 milioni di utenti non vulnerabili, assegnate a 7 operatori così da ridurre sensibilmente l’attuale concentrazione di mercato, con 3 milioni di clienti usciti dal perimetro dell’incumbent. I prezzi offerti consentiranno agli utenti domestici non vulnerabili nel passaggio al Servizio a Tutele Graduali (STG) di beneficiare di un risparmio stimabile in 73 euro l’anno che potrebbe salire a 130 considerando anche la componente di commercializzazione. Avendo risparmiato su questi costi a seguito delle aste, gli operatori che vi hanno partecipato hanno ridotto le loro offerte dei costi altrimenti sopportati, costretti però a farlo per tre anni. Ma è stata e sarà vera gloria? Al tripudio dei più Simona Benedettini contrappone nel suo articolo alcune riflessioni critiche chiedendosi se le aste abbiano segnato davvero il trionfo del mercato(3). Problematica se non negativa la risposta: «gli esiti delle procedure concorsuali – scrive – suggeriscono che l’assetto di mercato e le condizioni di prezzo che le stesse hanno originato potrebbero essere tutt’altro che prodromiche all’efficace dispiegarsi della concorrenza nel mercato della vendita al dettaglio di energia elettrica. […] Se nell’immediato, infatti, il passaggio all’STG ha prodotto benefici per i clienti domestici e nell’assetto di mercato, ciò potrebbe essere non necessariamente vero nel lungo periodo». (…)

Innovazione tecnologica e transizione energetica

Il gran numero di innovazioni tecnologiche, perlopiù impreviste, che si sono affermate dall’inizio del nuovo Millennio, e la grande velocità con cui si sono affermate e diffuse, hanno spazzato via convincimenti che si erano consolidati nel tempo al punto da divenire assiomi globalmente condivisi. Rimanervi abbarbicati significa rimanere intrappolati in «gabbie assiomatiche», sostiene G.B. Zorzoli, che impediscono di comprendere appieno i mutamenti in atto e gli scenari futuri. L’Autore lo fa riferendosi in particolare alla penetrazione delle energie solare ed eolica che ha raggiunto livelli un tempo ritenuti impossibili, e che potrebbero raggiungere l’obiettivo indicato alla COP28 di triplicare entro fine decennio la capacità elettrica rinnovabile a 11.000 GW(4). Lo stesso può dirsi per i «grappoli di innovazioni»: dalle batterie agli ioni di litio ed altre innovazioni negli accumuli elettrici di lunga durata, sino all’Intelligenza Artificiale (IA) e il conseguente affinamento delle previsioni meteo. Quel che consentirà – questo il punto dirimente – di rendere programmabili fonti rinnovabili che oggi non lo sono, così da raggiungere livelli penetrazione oggi impensabili. (…) Un formidabile contributo alla transizione potrà derivarle dall’utilizzo delle tecnologie più efficaci e scalabili tra cui spicca, nelle sue varie declinazioni, l’IA, a dire di Roberto Battiston, equivalente al potenziamento di alcune funzioni di tipo intellettivo, tra cui ricadono l’accesso a una gran massa di dati oggi disponibili o l’esecuzione di grandi quantità di calcoli con l’ausilio di computer sempre più potenti per affrontare problemi sempre più complessi, a partire dalla transizione energetica. L’ampliamento delle capacità di interfacce flessibili e potenti, come l’IA generativa, potrebbe infatti permettere l’accelerazione dei processi necessari per realizzare, nei tempi più brevi e nel modo più economico possibile, le infrastrutture e le attività estrattive, di trasporto e di produzione che sono necessarie per la transizione. Come per tutte le tecnologie, vi sono però anche concreti rischi collegati all’uso che ne viene fatto dagli esseri umani. Così come rilevante sarà il notevole consumo di energia associato alla crescita esponenziale della digitalizzazione, in misura tuttavia difficile da prevedere. (…)

I conti da pagare della transizione energetica

Più ci si avvicina alla fine del decennio – a cui è stata ancorata la più parte degli obiettivi delle politiche climatiche europee – più i nodi vengono al pettine presentando il loro costo economico e sociale. Da qui, le proteste degli agricoltori europei, del mondo automotive, dei consumatori in genere. Parallelamente, si sono andati consolidando in molti paesi europei movimenti anti-ambientalisti(18) che ritengono che la politica non debba essere guidata dallo spettro dell’«urgenza climatica» con la fissazione di obiettivi irrealistici. «Un percorso di azzeramento indiscriminato delle emissioni può rivelarsi socialmente insostenibile» afferma nell’editoriale Massimo Nicolazzi, quel che solleva il problema del rapporto tra scienza (climatica) e ruolo della politica. «Quanto caldo sia sostenibile non può essere prescrizione scientifica; ma solo decisione politica». La scienza, aggiungiamo noi, specie quella climatica sta divenendo sempre più strumento di marketing di contrapposte agende politiche, più che mezzo utile a comprendere come stanno effettivamente le cose, pur riconoscendo la grande incertezza che avvolge ogni variabile.  (…) Il costo delle politiche climatiche va a sommarsi a quelli non ancora riassorbiti del sovrapporsi di tre crisi (pandemica, energetica, geopolitica) che sta causando, secondo la Banca Mondiale, «the slowest half-decade of GDP growth in 30 years»(21). (…) Basandosi sulle quantità delle merci importate che rientrerebbero nel CBAM e assumendo che il prezzo delle quote di emissioni ritorni in prossimità dei 100 euro la tonnellata, Francesco Martoccia ne stima nel suo articolo il costo, come tassa annua a livello europeo, di circa 20 miliardi euro, incidendo per circa il 15% sul valore monetario delle importazioni, stimate intorno ai 125 miliardi di euro nel 2022. Relativamente all’Italia, il paese più vulnerabile di tutti data la sua più ampia dipendenza dalle importazioni da paesi al di fuori dello Spazio Economico Europeo delle merci interessate dal meccanismo (60% sul totale rispetto a una media del 35% per gli altri paesi), ne seguirebbe una tassa annua di oltre 4 miliardi di euro, quasi 6 miliardi considerando l’intero ciclo del carbonio. Un’ulteriore perdita di competitività delle imprese europee e italiane, probabilmente ignare di quel che le aspetta.

Quel che potrebbe tornare e quel che ancora non se ne va

La ricerca di una maggior sicurezza energetica da fornitori esteri, di una minor dipendenza dal gas, dopo il trauma delle importazioni dalla Russia, di una maggior diversificazione del mix energetico (tuttora dominato dalle fonti fossili), e soprattutto la necessità di combattere i cambiamenti climatici sono altrettante ragioni alla base di un ritrovato interesse della politica e degli studiosi occidentali verso l’energia nucleare dopo la grande frenata avvenuta negli scorsi trent’anni(24). A stimolare questo interesse è soprattutto la Francia, che ha istituito l’Alleanza nucleare europea cui hanno aderito 16 paesi. Luigi De Paoli analizza le future possibili prospettive di sviluppo del nucleare nei paesi industrializzati alla luce di tre fondamentali determinanti: l’evoluzione della domanda elettrica, l’accettazione sociale, la convenienza e la finanziabilità (queste ultime componenti saranno analizzate da De Paoli nel corso dell’anno su ENERGIA). Le prime due spiegano in larga parte la passata regressione, ma in futuro, aggiungiamo noi, potrebbero costituirne invece fattore di sostegno, al di là dei punti di forza di questa tecnologia (densità energetica e continuità) rispetto a quelle alternative. Due le ragioni: la prevista elettrificazione dei consumi energetici per garantirne la decarbonizzazione, con parallela ripresa della domanda elettrica, e la priorità assegnata da governi e opinioni pubbliche alla sicurezza energetica e ai cambiamenti climatici. (…) L’elettrificazione dei consumi energetici, si diceva, è ritenuta via prioritaria alla decarbonizzazione. (…) Come emerso nell’analisi di Di Giulio e Migliavacca proposta sul numero 3.23 (26), la penetrazione dell’elettricità nei consumi energetici finali cresce in misura modesta nei paesi G7 (0,2% negli ultimi sei anni, 0% in Unione Europea e Stati Uniti) mentre mostra tassi più elevati nell’area Brics (3,7% nello stesso periodo, 5,1% in Cina). «I paesi ricchi, che tra l’altro hanno dichiarato obiettivi di riduzione delle emissioni più sfidanti, sono sostanzialmente fermi». Quel che non si può certo dire ferma è la crescita della vendita delle auto elettriche (…). Eppure, la penetrazione dell’auto elettrica all’interno del parco circolante resta di fatto ancora a uno stadio embrionale (0,4%) e si conferma un cammino né semplice, né veloce. Anzi, decisamente troppo lento, come emerge dallo studio della Fondazione Caracciolo, per risolvere la vera urgenza della mobilità nel Paese: rinnovare un parco auto che presenta percentuali ancora significative di veicoli altamente inquinanti (e insicuri). Quasi un terzo delle autovetture in circolazione è di classe Euro 3 o precedenti con performance emissive anche 30 volte peggiori rispetto a quelle moderne e un rischio di incidentalità e lesività più che doppio. Per favorire questo processo di rinnovo sarà necessario incentivare in maniera strutturale la sostituzione sia con veicoli elettrici, ma anche con Euro 6. (…) Un ruolo chiave per raggiungere i target ambientali sarà quindi giocato dai nuovi carburanti green (…), che sembrano poter essere utilizzati senza modifiche nei veicoli a combustione interna di ultima generazione. Bene, in conclusione, si guardi e si prepari il terreno per il domani (sia l’auto elettrica o, se ne sussistono i presupposti, il nucleare), ma continuando a confrontare i desiderata con l’andamento reale e senza trascurare le necessità del presente.

a.c.
Bologna, 5 marzo 2024



0 Commenti

Nessun commento presente.


Login