29 Marzo 2024

Non è la fine del mondo: l’ottimismo e la sfida climatica

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Grazie ad un’accurata raccolta e analisi dei dati, il saggio di Hannah Ritchie Not the end of the World consente di guardare con ottimismo alla sfida climatica. E ce n’è un gran bisogno afferma, Luciano Canova nella sua recensione.

L’economista Paul Romer si è occupato di ottimismo rispetto al tema della crisi climatica. In effetti, la vita dura di un ottimista dell’azione si scontra con due opposte, ma egualmente temibili, reazioni.

Da un lato, ci si può trovare di fronte alla resistenza di chi non sente una particolare motivazione per agire e, di conseguenza, neppure desidera concepire che la fatica, i rischi e le difficoltà siano elementi abbastanza frequenti sul percorso della vita. Possiamo pensare al personaggio di Pollyanna e al fatalismo inerte di chi nega l’esistenza di un problema: e questo, se servisse ribadirlo, non è ottimismo.

Il pessimista è un ottimista ben informato?

Dall’altro lato, c’è pure l’ostilità del pessimista cronico che non vede speranza nel domani. Purtroppo, viviamo in un mondo in cui, per ragioni davvero oscure, oltre a misconoscere il senso ultimo dell’ottimismo, si tende anche a privilegiare l’idea che il pessimista sia mediamente una persona più intelligente degli altri. Potremmo riassumere l’atteggiamento con cui interagiamo con il pessimista aprendo una nuvoletta tra i nostri pensieri:

“Lei (o lui) sì, che ha capito tutto. Vede nel domani soltanto qualcosa da cui difendersi. Moriremo tutti e nelle tenebre di quello sguardo privo di speranza si cela l’intuizione della verità. Seguiamola!”

Allo stesso modo, una persona che porti avanti l’idea che un problema esista, che possa essere grave e che tuttavia sia sensato oltre che possibile trovare una soluzione, rischia pure di incontrare lo sguardo giudicante dell’interlocutore:

“Poverina (o poverino), quella crede ancora nelle favole. Mi fa quasi tenerezza nel suo tentativo di disegnare un futuro migliore. Probabilmente non riesce ad accettare la realtà”

Ma perché un ottimista passa mediamente per un illuso o, peggio, per un ciuccio che non capisce molto di ciò che gli sta intorno?

Paul Romer parla della crisi climatica introducendo un’importante distinzione: quella tra ottimismo compiacente (complacent optimism) e ottimismo condizionato (conditional optimism).

Non tutti gli ottimismi sono uguali

Gli esempi sono illuminanti per sostanziare questa classificazione: da un lato c’è un bambino che aspetta felicemente i regali di Natale. In questo caso, c’è passività e inerzia. Il bambino non ha alcun controllo sulla situazione né desidera averlo: aspetta che magicamente i pacchi compaiano sotto l’albero, è disposto a illudersi che Babbo Natale consegni in meno di 24 ore in tutto il mondo senza fatica e la mattina di Natale vedrà il suo desiderio soddisfatto.

Questo è l’ottimismo compiacente, che in altri casi si trasforma in un determinismo che mette il carro davanti ai buoi e assume il lieto fine per adattare il mondo alla propria percezione della realtà. Possiamo parlare di realismo naive.

È un atteggiamento pericoloso perché l’interazione con la realtà, in questo caso, è filtrata dalla propria percezione della stessa. Credere che andrà tutto bene non significa che, inevitabilmente, andrà tutto bene.

L’ottimismo compiacente è un atteggiamento passivo che (quello sì) può portare all’inazione e anzi proprio non incoraggia alcuna presa di decisioni da parte nostra. 

“È vero che la temperatura media sul pianeta Terra sta aumentando, ma alla fine l’uomo, con la sua creatività e il suo ingegno, grazie al procedere inesorabile dello sviluppo tecnologico, vincerà anche questa sfida.”

Credere in questa frase è legittimo ma le parole da sole non comportano affatto il raggiungimento di una soluzione e possono, anzi, trasformarsi nel rischio concreto di fornire l’incentivo a sottovalutare o minimizzare un rischio. E di non fare nulla.

Il vero ottimismo presuppone volontà e azione

Ma Romer aggiunge che esiste una seconda possibilità che, filosoficamente, è l’unica degna di essere classificata come pensiero ottimista: l’ottimismo condizionale.

Se lo stesso bambino che aspetta i regali di Natale desidera costruire una casa sull’albero, all’inizio può essere che non abbia idea di quale sia il modo di farlo, quali attrezzi servano, quante persone sono necessarie per l’impresa.

Ecco che entra in gioco l’agenzia, perché quel bambino può pensare: “Forse riuscirò a procurami della legna e dei chiodi e, se provassi a coinvolgere i miei amici del vicinato, quello che sembra un sogno potrebbe diventare realtà.”

L’ottimismo condizionato rimette i buoi al loro posto perché passa inestricabilmente dall’affrontare operativamente la realtà, il che non nasconde l’esistenza di un problema ma anzi parte da essa. Con la capacità e speranza attiva di poter trovare una soluzione agendo.

Rispetto alla crisi climatica, significa partire dai dati e riconoscere la serietà della sfida, nonché l’importanza di porre il problema sul tavolo. Ma significa anche cercare i propri vicini, la legna e i chiodi per costruire insieme una soluzione.

Se desiderate sperimentare questo secondo approccio, è di recente uscito un libro che fa per voi.

Not the end of the world di Hannah Ritchie, ricercatrice all’Università di Oxford all’interno del Programme for Global Develolpment ed editor di Our World in Data, progetto di raccolta e condivisione dati su una molteplicità di indicatori statistici. Era dai tempi di Factfulness che aspettavo un saggio capace di una narrazione così potente. E non è un caso che Ritchie citi più di una volta Rosling come mentore e fonte di ispirazione.

Non è la fine del mondo, come possiamo essere la prima generazione a costruire un pianeta sostenibile.

ottimismo sfida climatica

Not the end of the world ha in sé la forza di un titolo felice. 300 pagine godibili e però dense di numeri perché non si può parlare di sostenibilità senza una piena consapevolezza dei dati.

Il saggio di Ritchie si distingue dai tanti altri e dalla mole di contenuti prodotta sul tema per un approccio finalmente positivo, non nel senso morale di sguardo ingenuo sul mondo ma di operatività spiccia che risponde alla domanda:

“Posto che il problema è serissimo, noi cosa possiamo fare?”

Il riferimento a contrario, in alcune pagine esplicitato, è al catastrofismo scuro di Vaclav Smil ma anche alla comunicazione apocalittica di un ambientalismo auto-lesionista.

Ritchie percorre i problemi della sostenibilità (ne individua 7) con un filo rosso salutare: parlare dei dati, in primis, e di quello che possiamo fare per migliorare le tendenze. L’inquinamento dell’aria, il clima, la deforestazione, il cibo, la biodiversità, la plastica e il sovrasfruttamento dei mari per la pesca.

Onore e gloria ad Hannah Ritchie che mi ha fatto chiudere le pagine del suo libro con un moto di speranza e gli occhi della tigre. E sapete che c’è? Ce n’è un gran bisogno. Perché tra la retorica della casa che brucia senza che abbiamo più tempo e il racconto di un’opportunità da cogliere, scelgo la seconda strada.

E non è wishful thinking, come Ritchie spiega nel saggio: sono i dati stessi a fornirci, nel preciso momento in cui comprendiamo la gravità di un problema, il respiro del progresso di lungo periodo e degli strumenti che abbiamo per migliorare la situazione.

Non un proiettile d’argento ma tanti strumenti concreti per agire

Ed è la visione intricata della complessità a fornirci un secondo motivo di speranza: la logica dei compartimenti stagni e del pensiero binario non porta da nessuna parte. I 7 problemi elencati sono interconnessi in un sistema, il che significa che non esiste un’unica soluzione ma, soprattutto, che ogni soluzione utile può servire a risolvere più di uno tra essi.

Provate a cambiare il modo in cui si produce energia e otterrete un beneficio sul clima e sul modo in cui ci procuriamo cibo, riducendo l’impatto sulla biodiversità.

Intervenite sulla catena di produzione e distribuzione del cibo e otterrete effetti a cascata sul consumo energetico, sulle emissioni e sull’inquinamento dell’aria.

Non c’è il proiettile d’argento ma ci sono tanti strumenti concreti per agire.

Ritchie inizia il libro ricordando una caratteristica fondamentale del concetto di sostenibilità: bisogna stare attenti alle due metà. Sostenibilità significa infatti pensare al benessere delle generazioni che verranno e la nostra mente coglie immediatamente l’importanza di questo aspetto. Ma sostenibilità significa anche garantire il benessere delle persone che ci sono ora.

Le due metà sono entrambi cruciali e Ritchie usa la definizione completa per ricordarci un fatto semplice: l’uomo produce impatti non sostenibili sul pianeta con le sue attività ma questo avveniva anche migliaia e centinaia di migliaia di anni fa, quando le persone sulla Terra morivano di stenti e Sapiens non era in grado di garantire risorse sufficienti per sé e la sua specie.

Idealizzare un passato che non esiste rischia di farci perdere di vista gli enormi progressi che abbiamo compiuto e continuiamo a compiere.

E fondamentalmente ci allontana da un punto di fuga che cambierebbe radicalmente la prospettiva della nostra visione futura: e se invece di rappresentare le ultime generazioni di Homo sul pianeta, fossimo la prima capace di costruire un mondo finalmente sostenibile?

ottimismo sfida climatica

Per prima cosa, dovremmo abituarci alla complessità anche quando pensiamo nella vita di tutti i giorni. L’allenamento ai giudizi probabilistici sulla realtà e alla convivenza di elementi in contrasto tra loro è fondamentale.

I cerchi della figura qui sopra dicono una cosa molto chiara: sulla base dei numeri, possiamo dire con certezza che nel mondo il trend della mortalità infantile ha seguito un drastico calo. Ciò, tuttavia, non si traduce nel rivolgere gli occhi dall’altra parte facendo finta che non si possa ancora migliorare sul fronte delle vite di bambini da 1 a 5 anni che possono essere salvate in contesti dove c’è ancora molta povertà estrema.

Quindi, che una situazione sia seria non toglie valore al fatto che possa essere migliorata nel corso del tempo. E che ci siano spazi e strumenti per un ulteriore progresso.

Perché non dovremmo avere un approccio ottimista sulla questione ambientale?

Queste affermazioni, come i cerchi che si intersecano, stanno insieme in un contesto complesso e abbiamo la responsabilità di prenderci il tempo di argomentare in tale direzione.

Rosling usava l’immagine di un bimbo nato prematuro nell’incubatrice: se nei primi giorni la situazione è estremamente critica e, dopo una settimana, il peso aumenta, il ritmo cardiaco si stabilizza e tutte le funzionalità degli organi mostrano segni di miglioramento, possiamo affermare contemporaneamente che le condizioni del neonato sono migliorate e che rimangono critiche.

Senza questa ambivalenza o, per meglio dire, ricchezza nella descrizione del contesto, rischiamo di selezionare solo un aspetto della realtà o un filo di un ordito che disegna una trama solo insieme a tutti gli altri.

Torna in mente l’argomento della scommessa di Pascal che, mi perdonerete, semplificherò all’estremo con i due pay off decisivi: se credi e hai ragione, guadagni tutto; se credi e hai torto, non perdi nulla.

Perché non dovremmo avere un approccio ottimista sulla questione ambientale?

Qui non c’è alcun elemento di trascendenza a influenzare gli equilibri di Nash, ma dati e modelli climatici che guidano le nostre scelte. Che il problema sia enorme e la sfida difficilissima pare a me conclusione anche piuttosto banale: mi sembra però profondamente razionale un approccio che sottolinea i passi compiuti e da compiere, più che una resa intellettuale, quasi compiaciuta di un destino inevitabile.

C’è speranza.


Economista e divulgatore scientifico, Luciano Canova insegna Economia Comportamentale presso la Scuola Enrico Mattei.



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