16 Aprile 2024

5 equivoci sulle comunità energetiche rinnovabili

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Basandosi sui risultati di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, l’articolo fa luce sugli equivoci più comuni che riguardano la disciplina delle comunità energetiche rinnovabili. Se il GSE e i cittadini interessati seguiranno questi spunti saranno meno gli ostacoli da superare per costituire una CER.

Il 24 gennaio 2024 è entrato in vigore il quadro normativo che disciplina le comunità energetiche rinnovabili (CER) consentendo loro di condividere energia autoprodotta e ricevere incentivi statali.

Le CER sono progetti guidati dai cittadini caratterizzati dalla condivisione tra questi ultimi, le autorità locali, le piccole e medie imprese, gli istituti di ricerca e le organizzazioni della società civile delle risorse necessarie per generare energia rinnovabile.

Possono fornire un importante contributo alla transizione energetica poiché, tra le altre cose, mobilitano del capitale privato. Grazie all’inclusione dei cittadini, riducono le resistenze di questi ultimi verso la costruzione di nuovi impianti di produzione dell’energia. Favoriscono inoltre lo sviluppo locale, in quanto il denaro investito e guadagnato viene speso sul territorio. Possono infine contribuire a ridurre la povertà energetica grazie al minor costo dell’energia.

Una condivisione virtuale

L’Unione Europea, consapevole dell’importanza dei progetti di energia rinnovabile guidati dai cittadini, ha introdotto le “comunità energetiche dei cittadini” (CEC), disciplinate dalla Direttiva del Mercato Interno dell’Elettricità, e le CER regolate dalla Direttiva sull’Energia Rinnovabile.

Il legislatore italiano si è occupato principalmente di disciplinare le CER, rispetto alle CEC, visto che, già nel 2019, è stata emanata la prima disciplina relativa alle CER e che solo queste ultime possono ricevere gli incentivi statali per l’energia “condivisa”.

La principale peculiarità che caratterizza tutte le comunità energetiche è la possibilità di condividere “virtualmente” l’energia prodotta dagli impianti di proprietà della comunità o comunque che si trovano nella sua disponibilità. L’energia può essere condivisa fisicamente, ossia ricorrendo a una propria rete (e/o proprie batterie), oppure virtualmente. La condivisione virtuale dell’energia avviene quando l’energia prodotta dagli impianti viene, per quanto non sia direttamente consumata da quelli che sono fisicamente collegati agli impianti, immessa in rete e i membri della comunità energetica sono connessi solo alla rete nazionale senza la possibilità di scambiarsi direttamente l’energia prodotta.

La CER poi riceve denaro per l’energia immessa nella rete fino alla quantità di tutta l’energia consumata dai membri della comunità. Quindi, se una comunità immette 12.000 kWh nella rete e ne preleva 11.000 kWh dalla rete, riceverà incentivi statali per 11.000 kWh. La CER può vendere i 1.000 kWh restanti al mercato energetico. Gli incentivi possono essere investiti nella CER o distribuiti tra i membri. In realtà, invece dell’energia, sono quindi gli incentivi che sono condivisi in Italia.

Invece dell’energia, sono gli incentivi ad essere condivisi in Italia

Per essere considerata una CER è necessario che la comunità rispetti una serie di requisiti previsti dalla legge europea e da quella italiana. Tra questi i principali sono:

  • l’impossibilità di produrre profitti finanziari come obiettivo primario;
  • la partecipazione aperta e volontaria dei membri;
  • il controllo effettivo della comunità deve essere esercitato dai cittadini, dalle autorità locali, dagli istituti di ricerca, dalle organizzazioni della società civile, dalle piccole e medie imprese;
  • e la comunità deve essere autonoma.

Inoltre, le comunità di energia rinnovabile sono tenute a consentire anche ai soggetti che hanno difficoltà economiche di partecipare alla comunità.

Con l’obiettivo di analizzare in che modo le caratteristiche delle CER incidano sulla loro governance interna, abbiamo esaminato 30 soggetti che producono energia rinnovabile e sono controllati dai cittadini e/o dalle autorità locali. In particolare, abbiamo condotto la nostra ricerca considerando non solo le CER, ma anche le cooperative storiche del Nord Italia e altri soggetti privati che producono energia rinnovabile e che sono gestiti da cittadini.

Equivoco #1: la distribuzione dei dividendi non è vietata dalla legge

Questa ricerca, che mostra come la legislazione in materia di CER sia parecchio lontana dalla realtà, ci ha permesso di ridimensionare alcuni miti ed equivoci sulle comunità energetiche rinnovabili.

Nello specifico, lo statuto deve stabilire che la CER sia tenuta a produrre benefici economici, ambientali o sociali. Una clausola del genere è generalmente sufficiente per prevenire che la realizzazione di profitti finanziari venga vista come obiettivo primario dal punto di vista giuridico. In questo modo, la CER può anche decidere di distribuire i profitti sotto forma di dividendi tra membri.

Non è corretto ritenere che distribuire dividendi sia vietato dalla legge sulle CER. Questa forma di distribuzione di profitti è di particolare importanza per le CER che non possono o non vogliono condividere l’energia e quindi non possono distribuire gli incentivi statali tra i membri.

Quanto alle possibili forme giuridiche che può assumere una CER, la cooperativa (nelle sue diverse forme) risulta particolarmente adeguata poiché combina il principio di mutualità con la possibilità di distribuire i profitti.

Equivoco #2: una CER non deve necessariamente ammettere chiunque ne faccia richiesta

Il requisito della massima apertura non implica che le CER debbano ammettere chiunque ne faccia richiesta. Questo è uno degli equivoci sulle comunità energetiche rinnovabili. Nella pratica vi sono infatti tante restrizioni che sono perfettamente permesse dalla legge. Spesso vi sono dei vincoli territoriali nello statuto in forza dei quali i membri, per poter entrare nella comunità, devono risiedere in una determinata area geografica. Per approfittare degli incentivi statali, i membri di una CER devono infatti essere connessi alla stessa cabina primaria che trasforma l’energia da alta a media tensione.

A ciò si aggiunga che le CER possono limitare l’ingresso di nuovi membri in base alla quantità di energia prodotta nel caso in cui questa non sia sufficiente a soddisfare le esigenze di nuovi partecipanti.

Detto questo, ai sensi della normativa europea, gli Stati membri devono garantire che anche i soggetti economicamente vulnerabili possano entrare nelle comunità energetiche. Secondo la nostra ricerca le CER dovrebbero facilitare l’ammissione dei consumatori che vivono questa condizione, per esempio, facendo pagare a rate la quota richiesta dalla comunità ai nuovi membri.

Prevedere una tale modalità sarebbe particolarmente importante nel caso delle cooperative di riscaldamento che, dati gli alti costi di connettere nuove case alla propria rete, chiedono un contributo solitamente più elevato.

Equivoco #3: libertà di uscire “in ogni momento”, ma con un certo preavviso

Le direttive europee prevedono che la partecipazione a una comunità energetica sia volontaria, ammettendo il diritto di uscire liberamente dalla CER. La legislazione italiana persino prevede la possibilità di un recesso dell’autoconsumo ‘in ogni momento’.

Va sottolineato che nella pratica, tutte le comunità energetiche, sia le cooperative sia le associazioni, prevedono un periodo di preavviso, solitamente compreso tra i tre e i quindici mesi a fronte dei quali non è possibile uscire dalla configurazione. Che i membri possano uscire dalle comunità energetiche rinnovabili immediatamente è quindi uno degli equivoci che è importante chiarire.

Occorre considerare le esigenze della comunità che ha bisogno di un certo preavviso per potersi adattare, dal punto di vista economico e organizzativo, alla modifica della compagine associativa o cooperativa. La legge italiana ha quindi stabilito un compromesso, disponendo che il tempo di preavviso debba essere ragionevole rispetto alle esigenze organizzative di ogni comunità.

Equivoco #4: il principio democrazia interna deve essere fatto rispettare

Benché le comunità energetiche siano spesso associate all’idea di cittadinanza attiva e di coinvolgimento della comunità locale, i risultati della nostra ricerca conducono a conclusioni differenti. Nello specifico, è probabile che le CER che gestiscano una piccola installazione di energia solare, spesso costituite come associazioni non riconosciute, siano controllate attivamente dalla maggioranza dei membri. All’opposto, comunità energetiche che gestiscono degli impianti più grandi sono solitamente gestite da un ristretto gruppo di membri attivi, mentre gli altri si limitano in modo passivo a pagare il proprio contributo e godere dei benefici loro attribuiti.

Man mano che l’organizzazione diventa più complessa e gli impianti diventano più grandi, la comunità energetica collabora con sempre più professionisti e, di pari passo, aumenta il numero di coloro che partecipano solo in modo passivo. Questa forma di governance è conforme al requisito europeo del controllo effettivo che sussiste se la maggioranza dei membri può eleggere la maggioranza degli amministratori.

In alcune comunità energetiche esaminate, l’esasperazione del principio di libertà organizzativa riconosciuto in capo alle comunità energetiche, finisce per dare luogo a violazioni del principio di democrazia interna che deve caratterizzare l’attività delle comunità energetiche.

L’esempio principale è rappresentato dal caso in cui i titolari degli impianti della comunità, una piccola minoranza dei membri, abbiano la maggioranza dei voti e possano quindi eleggere tutti gli amministratori. Secondo la nostra ricerca questa pratica viola il requisito del controllo effettivo e il GSE (Gestore del Servizio Energetico), in sede di valutazione delle domande, non dovrebbe ammettere tali realtà poiché deve essere la maggioranza dei membri a poter nominare la maggioranza degli amministratori.

Equivoco #5: vincoli di durata a garanzia dell’autonomia di una CER

Le CER devono anche essere autonome e ciò significa che la loro sopravvivenza e il loro successo non devono dipendere dal sostegno di singoli membri.

Ciò, ad esempio, si verifica quando un comune, unico titolare degli impianti della comunità, mette a disposizione della CER una o più superfici sulle quali installare i pannelli solari. In tal caso è indispensabile che il contratto con cui vengono concesse le superfici vincoli il comune per tutta la durata della vita degli impianti di produzione dell’energia.

Se il GSE e i progetti dei cittadini nel campo dell’energia rinnovabile seguiranno questi spunti si può supporre che ci saranno meno ostacoli da superare per poter costituire una comunità di energia rinnovabile.


Leggi applicabili: D.Leg. 199/2021 e D.Leg. 210/2021; Direttiva (UE) 2018/2001 e Direttiva (UE) 2019/944.


Questo post fa parte del progetto “Private Law and the Energy Commons” (PLEC) che ha ricevuto fondi dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della convenzione di finanziamento Marie Skłodowska-Curie n. 101024836. Per un articolo più profondo sulle direttive europee e le comunità energetiche nella pratica si rimanda a: https://doi.org/10.1093/jwelb/jwae001.


Björn Hoops è professore ordinario di diritto privato e sostenibilità all’Università di Groninga (Paesi Bassi). Fellow Marie Curie dal 1° aprile 2022 al 31 marzo 2024 presso il dipartimento di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino.

Anna Grignani è dottoranda all’Università degli Studi del Piemonte Orientale e è stata borsista nell’ambito del progetto PLEC all’Università degli Studi di Torino.


Foto: Unsplash

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