24 Giugno 2024

Net zero: gli investimenti green ci sono, ma sbagliano target

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Gli investimenti green crescono al ritmo auspicato per raggiungere l’obiettivo net zero, ma sbagliano bersaglio, sia in termini di geografia che di settore. Di conseguenza, le emissioni non calano.

Domanda: come procede la transizione energetica? Risposta: cerchiamo di capire dove vanno i soldi, in che misura e con quale velocità.

Il recente rapporto World Energy Investment 2024 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia offre un quadro dettagliato su tale questione: oltre 200 pagine di grafici e numeri che restituiscono un’immagine ad alta definizione dei flussi di investimento della transizione energetica, un caleidoscopio di dati, spettacolo pirotecnico delizioso per gli amanti dei numeri.

E tuttavia il quadro, per quanto definito, lascia lo spettatore con diversi dubbi, poiché su di esso non risplende la luce, ma un mélange di luci e ombre, un chiaroscuro dominante che ripropone la cifra essenziale della transazione: l’incertezza.

Quota 2.000 miliardi di dollari: gli investimenti green doppiano quelli fossili

Un punto essenziale del report, dal quale partire, è il seguente: gli investimenti green superano quelli indirizzati ai fossili. Non è una novità perché ciò accade sistematicamente dall’anno 2016. La novità è che essi toccheranno a fine 2024, per la prima volta, quota 2.000 miliardi di dollari, ovvero circa il doppio di quelli che fluiscono in direzione dei fossili (1,16 mld $).

Il numero tondo non deve però trarre in inganno perché la crescita dell’ultimo anno è in linea con le precedenti, come si può vedere dal grafico sottostante.

Net zero investimenti green

Duemila miliardi di dollari: è molto oppure poco? Per capirlo dobbiamo mettere questo numero a confronto con l’obiettivo di investimenti green che la Iea ritiene necessario al conseguimento del target net zero, ovvero 4.000 miliardi all’anno entro il 2030.

Pertanto, a distanza di sei anni dalla fatidica data, sul piatto della bilancia manca ancora il 50% del necessario.

E tuttavia se calcoliamo il tasso di crescita medio annuo degli investimenti green dal 2020 a oggi vediamo come esso sia pari al 12,4%, un valore del tutto sufficiente a portare gli investimenti in tecnologie green al livello dei quattro trilioni di dollari nei prossimi sei anni.

In parole povere, la buona notizia è che il ritmo attuale è sufficiente per decarbonizzare l’economia mondiale al ritmo richiesto dal target sfidante net zero.

Un risultato del genere dovrebbe essere motivo di ottimismo ma non lo è perché in contrasto con un altro dato.

L’intensità carbonica dell’energia cala troppo lentamente

Dal 1990 al 2022, l’intensità carbonica dell’energia è passata da 2,39 (tCO2/tep) a 2,26, mentre nei cinque anni dal 2017 al 2022, il valore è passato da 2,33 a 2,26. Si tratta di variazioni insignificanti, sulla seconda cifra decimale. Qualora il ritmo degli ultimi cinque anni forse confermato, nel 2030 l’intensità di carbonica dell’energia sarebbe pari 2,16, valore ancora troppo alto.

Ciò che vediamo, insomma, è che fino a oggi gli investimenti green non stanno generando i benefici di decarbonizzazione necessari a portarci a net zero.

Dal 2015 al 2022 sono stati iniettati nell’economia circa 9 trilioni di dollari di investimenti green e il risultato è che l’intensità carbonica dell’energia è diminuita di appena 0,1 (tCO2/tep).

Un’implicita pur cruciale assunzione

Se a ciò si aggiunge il fatto che i consumi energetici crescono, ecco spiegato l’aumento inarrestabile delle emissioni e il fallimento di Parigi.

Sul piano meramente numerico, l’unica interpretazione per tale contraddizione è che il processo di decarbonizzazione dell’energia abbia, oltre una certa soglia, andamento asintotico, con rendimenti fortemente crescenti a fronte di un tasso costante di crescita degli investimenti green.

Questa sembra essere l’assunzione implicita nello scenario net zero dell’Agenzia dell’Energia e c’è da sperare che essa sia corretta, perché altrimenti saremmo di fronte a un errore di stima considerevole che inficia all’intera narrazione della transizione.

Dunque, ed ecco il primo chiaroscuro, da una parte è bene che gli investimenti clean stiano crescendo a ritmo adeguato, dall’altra è male che non se ne vedano i ritorni in termini di minori emissioni di carbonio, l’unico dato che conta.

Un problema geografico

Il secondo chiaroscuro è posto in evidenza dalla stessa Agenzia e si riferisce alla distribuzione sbilanciata sul piano geografico degli investimenti green.

Cina, Stati Uniti ed Unione Europea assorbono circa il 60% degli investimenti a fronte di una popolazione pari a circa il 25% di quella mondiale. Ciò significa che vi sono aree di crescente importanza, con popolazione in espansione, verso le quali confluiscono livelli insufficienti di investimenti low carbon.

A titolo d’esempio citiamo l’India, che ha una popolazione è pari al 18% di quella mondiale ma riceve solo il 4% degli investimenti green globali. Analoghi numeri per l’Africa e l’Asia del Sud sono rispettivamente 18 e 2% (Africa), 9 e 2% (Asia del Sud).

In altri termini – e questo spiega parzialmente la contraddizione sopra illustrata relativa all’intensità carbonica dell’energia che non diminuisce abbastanza – gli investimenti non fluiscono proprio laddove le emissioni, la popolazione e i consumi energetici sono in crescita.

Un problema settoriale

La terza area grigia concerne la disomogenea distribuzione degli investimenti verdi nei diversi settori. Fino ad oggi abbiamo assistito a una crescita degli investimenti soprattutto sul lato della generazione elettrica. Basti pensare che il solare da solo assorbe circa 500 miliardi di dollari di investimenti, ovvero più di tutte le altre tecnologie di generazione combinate, fossili incluse!

E tuttavia è ormai chiaro che la transizione si fonda in primis sulla decarbonizzazione degli usi finali, ambito nel quale purtroppo gli investimenti languono, come si può vedere dal grafico che la stessa Iea propone: gli investimenti negli usi finali, che sono stabili, dovrebbero triplicare in sei anni. Questo dato rappresenta, insieme al precedente, un altro pezzo di spiegazione dell’insufficiente velocità di decarbonizzazione dei consumi energetici mondiali.

Net zero investimenti green

In sintesi, i soldi ci sono e alimentano a sufficienza gli investimenti verdi, tuttavia sbagliano bersaglio, sia in termini di geografia che di settore. Sul primo fronte, occorrerebbe un potenziamento dei flussi verso i paesi in via di sviluppo e le economie emergenti. Per il secondo, è necessaria una rimodellazione complessiva degli investimenti che favorisca maggiormente la domanda rispetto all’offerta.

Gli investimenti nelle fossili continuano a crescere

Ma non è tutto. L’intensità carbonica non diminuisce in misura sufficiente perché vi è un elemento che ne contrasta la discesa. Ci riferiamo all’aumento consistente degli investimenti nelle fonti fossili.

Dopo il crollo del 2020, legato alla crisi indotta dal Covid, essi hanno ripreso a salire con costanza, a un tasso di crescita medio annuo del 5,6%, tornando sui livelli vicini a quelli del 2017. Tale aumento spiega la crescita dell’offerta fossile – tanto oil quanto gas e coal – la sostanziale stabilità della sua quota sull’offerta totale (80% circa) e, conseguentemente, la crescita delle emissioni.

In particolare, Iea stima che gli investimenti upstream nel petrolio e nel gas aumenteranno del 7% nel 2024 (570 miliardi di dollari), dopo un aumento del 9% nel 2023. Il fatto che tali investimenti siano trainati dalle NOC del Medio Oriente e dell’Asia (+50% dal 2017) conferma che siamo di fronte a un mondo double face, dove i paesi ricchi incrementano gli investimenti green mentre quelli emergenti alimentano quelli fossili.

Va sottolineato, inoltre, come i giacimenti esistenti rappresentino circa il 40% degli investimenti totali upstream di petrolio e gas, mentre un altro 33% è destinato a nuovi giacimenti ed esplorazione, con ciò che rimane che va al tight oil e allo shale gas.

Tale composizione degli investimenti nega radicalmente la prescrizione dell’Agenzia di Parigi di stoppare gli investimenti in nuovi progetti a partire dal 2022.

Di qui l’indicazione della Iea di un ribilanciamento complessivo degli investimenti a favore delle fonti green, in particolare nel segmento usi finali, penalizzando le fossili (vedi figura).

Net zero investimenti green

Ma la realtà, come abbiamo visto, non aderisce a questa visione low carbon. In sintesi, vi è un sogno green che dice stop agli investimenti nei fossili, anche quelli del segmento esplorazione, e una realtà che va per conto suo e lo smentisce.

Fossili: il problema è l’offerta o la domanda?

Dato questo stato di cose, due sono le possibili posizioni: da una parte, accusare il sistema produttivo fossile di non rispettare le prescrizioni normative provenienti da alcune istituzioni internazionali, in particolare dalla Iea. Dall’altra, riconoscere che il business fossile non fa altro che soddisfare una domanda di mercato, imprescindibile nella generazione del reddito, che altrimenti sarebbe inevasa.

La prima lettura è ascrivibile alla tradizionale narrativa che da sempre, a qualsiasi latitudine, nutre la mente umana nell’infanzia secondo lo schema classico “male-individuazione e sterilizzazione del colpevole-cancellazione del male”. Sterilizzato il colpevole, il problema è risolto.

La seconda lettura fa riferimento alla complessità del mondo e alle forze che in esso lottano all’interno di una dimensione poco scalfibile dall’azione umana. Questa lettura assegna grande importanza alle forze di mercato che guidano la danza facendo crescere la domanda di energia. Il consumatore è sempre e comunque sovrano e, dunque, la domanda che egli esprime va soddisfatta.

Chi ha ragione e dov’è la verità? L’energia verde è davvero in grado, già oggi, di rimpiazzare un eventuale taglio dell’offerta fossile? È abbastanza forte da farlo? La risposta a queste domande dipende in modo cruciale dallo scenario futuro.

Il rischio di tagliare gli investimenti fossili

Solo se assisteremo, prima del 2030, alla contestuale riduzione dei consumi fossili, alla crescita della generazione elettrica green e alla penetrazione vigorosa di tale elettricità decarbonizzata all’interno dei consumi energetici finali, solo allora potremmo dire che gli investimenti fossili sono ridondanti. Tuttavia, oggi due su tre di queste condizioni sono ben lungi dal realizzarsi: i consumi fossili aumentano e la penetrazione dell’elettricità negli usi finali è assai lenta.

Di qui il rischio che un eventuale taglio degli investimenti nelle fonti fossili comporti un vuoto di offerta, con conseguente aumento dei prezzi, impatto negativo sui consumatori e deterioramento del clima sociale. Chi oggi dice che gli investimenti nelle fonti fossili vanno tagliati subito sta implicitamente dicendo che occorre assumersi questo rischio. Riconoscerlo è una questione di onestà.


 Enzo Di Giulio è economista ambientale e membro del Comitato Scientifico di ENERGIA


Foto: Unsplash

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