21 Giugno 2024

La straordinaria resilienza dei prezzi dell’energia alla geopolitica

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La resilienza dei prezzi dell’energia alla geopolitica può dirsi oggi straordinaria rispetto al passato. Ma se la relazione causale geopolitica-prezzi si è sinora indebolita, non altrettanto può dirsi però dell’importanza in sé della geopolitica.

L’intreccio di traumatici accadimenti degli ultimi anni ha modificato in modo sostanziale le dinamiche dei mercati energetici, la loro estensione geografica e realtà interna, i rapporti di forza tra i principali players. Ci troviamo in conclusione di fronte a nuovi contesti che richiederebbero di non guardare al domani con lo specchietto del retrovisore. Il futuro è altro dal passato.

Una delle principali relazioni causali che abbiamo osservato nello scorso mezzo secolo, al punto da darla per scontata, è sempre stata quella tra le tensioni geopolitiche e i prezzi delle fonti energetiche che ne erano interessate.

Lo apprendemmo in modo traumatico nell’ottobre del 1973 allo scoppio della guerra del Kippur che dette origine alla Prima Crisi Petrolifera con i prezzi che esplosero nel giro di pochi giorni di circa cinque volte. Una situazione che si replicò in modo ancor più virulento nel 1978-79 con la crisi iraniana che spinse i prezzi sino a 40 dollari al barile contro i 2-3 dei primi anni Settanta.

L’ampiezza di quelle crisi non poteva peraltro essere addebitata unicamente a fatti di natura politica, trovando la loro motivazione originaria in fatti di natura economica, a cominciare dal calo di investimenti nelle fasi a monte della filiera petrolifera registrata molti anni prima che si era tradotta in una scarsità di offerta a fronte di una crescita della domanda.

La mutata relazione causale geopolitica-prezzi

Non è in sostanza la geopolitica di per sé che causa le crisi ma il suo combinarsi con il sottostante equilibrio/squilibrio domanda-offerta. La guerra degli otto anni esplosa nel 1980 tra Iran-Iraq vide un calo e non un rialzo dei prezzi.

Ripercorrere quelle vicende aiuta a capire come possa dirsi straordinaria la resilienza dei prezzi dell’energia, si tratti di quelli del petrolio o del gas, alle non meno gravi tensioni della geopolitica degli ultimi tempi.

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Mentre all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022 i prezzi risposero con un balzo di diverse volte nel giro di pochi giorni – per il timore di un forte calo delle esportazioni russe di gas in atto già da alcuni tempi – nulla è avvenuto dopo lo scoppio della nuova guerra tra Israele e Palestina il 7 ottobre 2023 o il blocco dei transiti marittimi via Mar Rosso.

A questa resilienza nel caso del petrolio ha concorso l’ampia capacità inutilizzata – intorno ai 6 mil. bbl/g, pari al 6% della domanda mondiale – imputabile al taglio della produzione decisa dall’aggregato Opec+.

In quella del gas hanno invece contribuito il basso livello della domanda, specie in Europa, l’abbondante offerta sui mercati internazionali e una consistente capacità inutilizzata di GNL.

L’importanza della geopolitica dell’energia

Se la relazione causale geopolitica-prezzi si è sinora indebolita, non altrettanto può dirsi però dell’importanza in sé della geopolitica, scienza che studia i rapporti tra gli ambiti geografici e le azioni o le situazioni indotte dalla politica dei soggetti che ne sono direttamente o meno coinvolti.

Per questa ragione alla Geopolitica dell’Energia abbiamo deciso di dedicare  un’apposita Rubrica su RivistaEnergia.it.

L’importanza della geopolitica – questo il punto – è altra da quella del passato ma non meno rilevante. Di questi tempi essa ha, infatti, contribuito, a ridefinire l’estensione geografica dei mercati e, al loro interno, i rapporti di forza tra i principali players.

Diverse sono le situazioni che possono ravvisarsi in tal senso. A due in particolare possiamo fare riferimento.

La prima è quella della Russia – terzo produttore mondiale di greggio con 11,1 mil. bbl/g dopo Stati Uniti e Arabia Saudita – che, a seguito delle sanzioni europee imposte alle sue esportazioni petrolifere verso l’Europa, suo principale mercato di sbocco, si è trovata costretta a rivolgersi al mercato asiatico, in primis Cina ed India, che insieme assorbono intorno al 90% delle sue parzialmente ridotte esportazioni.

Va da sé che nella situazione obbligata in cui Mosca si è venuta a trovare, non potendo immettere la sua produzione nel mercato internazionale, i prezzi sono stati ampiamente definiti dagli acquirenti a livelli talora inferiori a quelli internazionali, anche se non al tetto di 60 dollari al barile imposto dall’Occidente al petrolio russo a fine 2022.

La geopolitica ha quindi individuato un ‘di cui’ del mercato internazionale – Russia-Asia – che sottrae alle transazioni globali quantitativi molto rilevanti e difficilmente superabili nel tempo, considerando la prevedibile immutabilità delle sanzioni europee.

Dal binomio Russia-Asia alle rotte marittime

Una seconda situazione che possiamo individuare è nel mercato del gas a seguito del blocco dei transiti del gas liquefatto nel Mare Rosso/Canale di Suez per gli attacchi dei gruppi yemeniti armati Houthi e contestualmente per la interrotta navigabilità del Canale di Panama.

Questo duplice accadimento ha ricreato nel mercato del gas che si riteneva interamente globalizzato un duplice mercato: quello atlantico, dominato dagli Stati Uniti specie nel rapporto con l’Europa, e quello asiatico-pacifico dominato da Australia e Qatar.

Vale peraltro rammentare che la guerra ucraina e la volontà dei paesi europei di ridurre sino ad azzerare la dipendenza dal gas russo (che nel 2021 pesava per il 40% delle complessive disponibilità di gas europee) avevano già portato ad una molto maggior dipendenza dell’Europa dalle forniture di GNL degli Stati Uniti (e dalla loro politica) a prezzi spot per altro molto più elevati di quelli a lungo termine pagati in precedenza per le forniture via pipe della Russia.

Anche in questo caso, come nel precedente relativo al petrolio, difficilmente le barriere che la guerra ucraina ha indotto nel mercato del gas saranno abbattute in tempi brevi.

3 conclusioni

Tre le conclusioni che possono trarsi dalla mutata ma tutt’altro che irrilevante importanza della geopolitica sui mercati energetici, al di là di quella per così dire tradizionale della sicurezza energetica.

Primo: la geopolitica ha ridefinito i confini geografici dei mercati energetici, si tratti di quelli del petrolio o del gas riducendo in sostanza la stessa importanza dei mercati così come li abbiano conosciuti sino a tempi recenti.

Secondo: questa mutata importanza appare – alla luce degli accadimenti da cui è dipesa – di lunga durata essendo difficilmente ravvisabile un superamento della causa che ne è all’origine: l’invasione russa dell’Ucraina.

Terzo: nell’adottare le sue decisioni l’Unione Europea ha mostrato scarsa consapevolezza sugli effetti che ne sarebbero derivati sui mercati energetici e sulle nuove dipendenze geopolitiche: si trattasse degli Stati Uniti per il gas naturale per non parlare della Cina per l’intero spettro delle rinnovabili.   


Alberto Clò è direttore di ENERGIA e RivistaEnergia.it


Foto di Tom King su Unsplash

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